VARCHI[1]– Sono anch’io qui con voi a provare la soddisfazione nel veder ricomporre
l’irripetibile scena di questa formidabile piazza. Ma quella di stasera
non è la semplice ricollocazione della statua di Benvenuto Cellini dopo
il suo restauro: qui si ricompone la straordinaria bellezza di questo
luogo che, senza il Perseo, per questi anni ha sofferto nella sua
integrità di altissimo manifesto estetico dalle caratteristiche uniche
al mondo. In questo luogo che ha visto l’aprirsi di quella straordinaria
stagione dell’arte che fu della grande maniera italiana, immaginate cosa
doveva essere per i fiorentini d’allora, veder crescere questo spazio,
così come voi oggi lo vedete. Anzi, noi abbiamo ora l’occasione di
rivivere uno degli accadimenti più esaltanti di quel tempo. Voi ora
siete qui di fronte a questo velo come lo erano i fiorentini del ‘500.
Provate a immaginare d’essere in quel momento. Io so cosa successe. Io
c’ero in quel tempo. Vi domanderete chi io sia: sono Benedetto Varchi.
Sono quel letterato cui il nostro Duca Cosimo diede l’incarico di
scrivere la storia gloriosa della nostra città. Mi sembra infatti
d’essere adesso qui con voi come allora, come quella mattina di cinque
secoli fa, quando fu scoperta la statua di Perseo: stessa piazza, stesse
pietre, stessi palazzi. Il lavoro della città si è interrotto. Non ci
sono funzioni nelle chiese. Le botteghe sono chiuse. L’andirivieni di
carri e persone è fermo. L’attesa è grande, la curiosità della folla
altissima. L’ultima commissione del Duca, il grande Cosimo I, sta per
manifestarsi. Ecco qui i nobili nelle loro vesti variopinte, più in là
gli artisti della «scuola» fiorentina: rivedo Bronzino, Pontormo[2],
Baccio Bandinelli. Ma soprattutto [lo indica] rivedo voi, Messer
Cellini. Anche voi qui a risentire «il grido
che si leva smisurato a lodarvi e che vi consolò alquanto»[3], come voi avete scritto nella vostra autobiografia.
Ma non vedo il Duca.
Cellini – C’è, c’è il
Duca. È che non vuol mostrarsi. Non mi vuol dar soddisfazione. Sta
lassù, dietro alle finestre del suo palazzo.[4] E pensare che è proprio per il suo governo e per la sua figura di gran
principe di codesta signoria che ho lavorato e tribolato per anni
attorno a quest’opera, sfidando anche le invidie degli scultori
fiorentini.
VARCHI
- Ah! E perché mai non vorrebbe darvi merito?
Cellini – Sapete bene
come sono i potenti. Hanno spesso gusti bizzarri e talvolta vengono mal
consigliati. Forse il Duca non s’aspettava un’opera così simile al vero,
così naturale, come ne ha scritto entusiasta il vescovo Minerbetti a Giorgetto[5] Vasari.[6] E so infatti come la pensano questi esteti della Controriforma[7] che gli girano attorno: quanto più l’opera è simile al naturale tanto
più proviene dai sensi e non dall’intelletto, o, per dirla con la loro
espressione, con la «sfera bassa» dei sensi dell’artista.
Varchi - Ma io avevo sentito dire che al Duca era piaciuto tanto il
modellino che ne avevate fatto. Mi ricordo che a corte si parlava del
suo entusiasmo, tanto che disse: “Se Benvenuto, avrà il cuore di
condurmi in grande quest’opera così come io ne ho visto il modello,
potrà chiedermi tutto quello che vorrà”.[8] Non è forse andata così?
Cellini – Macché. Mi
ricordo quando fu scoperta la prima volta per poche ore in quell’alba di
settembre. Io non volevo che la si vedesse[9],
perché ancora era necessario un lungo lavoro di rinettatura e
sistemazione dei pezzi. Ma l’insistenza del Duca di vederne l’effetto
vinse.
Varchi - Ricordo
benissimo quella mattina quando in piazza «si levò un grido smisurato
di lodi, la qual cosa fu causa di consolarvi alquanto». E a voi che
effetto fece vederla per la prima volta, qui sotto la Loggia?
Cellini – Ne rimasi
anch’io letteralmente sedotto, per cui dissi che se anche il Duca
m’avesse dato «10.000 scudi d’oro in oro ei non me l’avrebbe ancora
pagata» perché la reputavo inestimabile.[10]
Varchi - Lo credo bene!
E quanto ve l’ha pagata?
Cellini – …solo 3.500. E
poi a rate. Con mia pena e ansia. Io mi sono scervellato a capire questa
caduta della considerazione del Duca verso la mia figura e il mio
lavoro.[11] Certo non sono artefice cortigiano. Non sono di quelli che dicono sempre
di sì per compiacere il committente, e forse son anche di carattere
capriccioso e facile alle passioni. Ma sono certo che dev’esser colpa
delle invidie che su di me giravano a corte e che trovavano facile
terreno nell’ostilità della signora Duchessa nei miei confronti..
Varchi - Ma come, la
grande Eleonora di Toledo, che il Bronzino ha ritratto così
mirabilmente, così attenta alle cose belle, non stimava un artefice
della vostra qualità, per di più esperto d’oreficeria quale voi siete?
Cellini – Ma cosa volete
mai: conoscete le bizzarrie delle donne. Cominciò con la faccenda delle
perle di cui lei si era incapricciata.[12]
Varchi - Perché? Che
avete combinato con le perle della Duchessa?
Cellini – Ma nulla
d’importante: le avevo stimate difettose e di poco valore, certamente
poco degne si sua Eccellenza Illustrissima.
Varchi - Ho capito: lei
non era del vostro parere e vi ha contraddetto.
Cellini – No, no. Anche
lei si persuase dei loro difetti, ma le piacevano ugualmente tantissimo
e così mi chiese di non farne parola al Duca temendo che per il mio
parere negativo il Duca non gliel’acquistasse.
varchi – Ho capito: non
avete mantenuto la parola!
Cellini – Ma potevo mai
io ingannare il mio Signore[13] per il quale nutrivo tanta ammirazione e affetto d’aver abbandonato il
favore del re di Francia e il castello dove vivevo e lavoravo da gran
signore e stimatissimo artefice?[14]
varchi – E così è
cominciata quella sorda inimicizia tra voi e la Duchessa. Ma poi sarete
riuscito a spiegarvi e ad appianare i contrasti.
Cellini – Macché la cosa
è continuata a causa del mio rifiuto di consegnare a Palazzo (come lei
desiderava) le statue piccole che avevo fuso per la base del mio Perseo.[15]
varchi – E perché non
l’avete accontentata?
Cellini – E come avrei
potuto. Là sotto al mio Perseo dovevano stare. Là le avevo concepite, in
quella base di marmo greco per quale avevo impiegato il lavoro di sette
tra intagliatori e scalpellini per tre anni consecutivi!
Ma debbo dire che con lei avevo anche poca fortuna…
Varchi - Che volete
dire, maestro?
Cellini – Cosa volete:
ero proprio sfortunato! La Signora Duchessa era… diciamo… cagionevole di
salute. Mai una volta che io andassi a palazzo e che lei non fosse in
bagno e a causa della mia presenza venisse scomodata. Voi capite…!
Varchi - Via…. mastro
Cellini!
Cellini – No, no, non
equivocate. Certo tutto contribuiva…. Persino gli astri, io credo: il
Duca è un «Capricornio», mentre io sono un «Granchio ardito».[16] Segni opposti, dunque inconciliabili tra loro. Ma sono certo che la
maggior responsabilità l’hanno avuta la gelosia e le maldicenze sul mio
conto che non m’hanno certo giovato nei favori della corte.
Varchi - Ma come, un
maestro del vostro valore avrebbe dovuto suscitare ammirazione ed emuli
tra gli artisti fiorentini, perché penso che siano tra questi che
s’annidassero le gelosie di cui sospettate.
Cellini – Aggiungeteci
pure qualche cortigiano malevolo[17] per meschinità e miseri interessi d’ogni tipo. Ma si, avete ragione.
Erano soprattutto i miei rivali a mettere in dubbio e invidiare il mio
valore: il Bandinelli, il Vasari, l’Ammannati. Soprattutto il primo. Il
Bandinelli. Non mi poteva sopportare. M’ha dichiarato una guerra astiosa
e insistente.
Varchi - Ma chi? Baccio
Bandinelli? Il mirabile autore dello splendido “Ercole e Caco” [lo
indica] che sta lì sulla ringhiera del palazzo con il “David” di
Michelangelo e la “Giuditta” di Donatello?
Cellini – Ma quale
mirabile autore! Quale “splendido” Ercole e Caco. Ma non vedete le
spalle di Ercole che «somigliano a due arcioni d’un basto d’asino»?
E i muscoli? Sembrano «ritratti da un saccaccio pieno di poponi»
mentre le schiene dei personaggi «paiono ritratte da un sacco pieno
di zucche lunghe».[18] No, credetemi, io non so come abbiano avuto l’ardire di accostarlo alle
altezze mirabilissime del divino Michelangelo e di Maestro Donato.
varchi – Via, maestro! È
pur sempre un’opera di marmo. E voi conoscete bene quanta maestria
occorra per cavare da un sol blocco una scena così complessa.
Cellini – Ma come, voi
dovreste saperlo che il marmo stesso si rifiutò d’esser toccato dalla
mano di Baccio Bandinelli, dopo ch’era stato abbozzato dalla grazia del
tocco di Michelangelo.
Varchi - Ma cosa dite
maestro! Credete anche voi alle leggende?
Cellini – Ma se lo
raccontano tutti quello che successe: il marmo, già sbozzato da
Michelangelo, gli fu tolto per i malevoli uffici di Domenico Boninsegni,
contabile per le opere in S. Lorenzo e amico del Bandinelli. Quando il
marmo fu trasportato a Firenze, sapendo di venir «storpiato dalla
mano del Bandinelli, disperato per si cattiva sorte, s’era gittato a
fiume».[19]
Varchi - O via… queste
sono le cattiverie che vi inventate voi artisti
Cellini – No, no:
chiedetelo a Giorgetto Vasari, che l’ha scritto nelle sue “Vite”. E poi
non sono io che sparlo del Bandinelli! È lui che è invidioso. Non mi ha
mai potuto sopportare. Ha cominciato subito, appena sono rientrato a
Firenze dalla Francia. Diceva che non sapevo scolpire. Che ero solo un
umile orafo. Allora l’ho sfidato chiedendogli io un marmo perché
dimostrassi le mie abilità.
Varchi - Mi ricordo, mi
ricordo. Ma questi signori forse non lo sanno. Dite loro come è andata.
Cellini – Come è andata?
Quel perfido! M’ha fatto avere un blocco difettoso. Io ci lavoravo di
lena ma «lo sentivo tutto crocchiare»[20].
Voleva farmi fallire ad ogni costo.
Varchi - Non ditemi
che proprio uno come voi, col vostro caparbio carattere, possa mai
arrestarsi di fronte alle difficoltà. Non avrete, per caso, rinunciato
alla sfida?
Cellini – Non sia mai
che Benvenuto Cellini abbandoni: non sono di razza codarda io!
Nonostante i difetti della pietra ugualmente ci «cavai quel che
potetti», come poi è stato il mio bellissimo “Apollo e Iacinto”. E
così convinsi il Duca e disposi dei mezzi per continuare il mio Perseo.
Certo, anche il Bandinelli non fu tenero col mio Perseo. I suoi giudizi
erano malevoli e sprezzanti.
Varchi - Immagino non
l’apprezzasse. Ma cosa disse?
Cellini – Disse che
aveva le gambe da femmina! Qell’incolto. Ma se lo sanno tutti che ho
preso per modello quel Bernardino Mamellini che su al Mugello tutte le
fanciulle se lo contendono per la sua bellezza! Non c’era ragazzo più
bello a Firenze e dintorni, tanto ch’io ero anche geloso della mia
Dorotea[21],
quella splendida sedicenne che usavo per modella per la Danae.
Varchi - Dovete
ammettere che peraltro anche per voi, con il vostro Perseo, la sfida era
temeraria: qui in questa piazza vi trovavate in compagnia della Giuditta
di Donatello e del David di Michelangelo. La Giuditta stava proprio lì
nel primo arco di questa incredibile Loggia. Voi avreste dovuto occupare
l’altro arco in corrispondenza. Non sentivate l’altissima competizione
con la Storia che vi stava accanto. Non avete forse avuto eccessiva
ambizione? E perché proprio un Perseo?
Cellini – Come vi avevo
detto avrei potuto concludere in Francia la mia carriera come avevano
fatto Rosso Fiorentino e Primaticcio, e dove godevo dei favori del Re.
Ma, da buon fiorentino, ho sentito il bisogno irresistibile di ritornare
nella mia città e dimostrare così alla «Scuola» fiorentina la mia
eccellenza e il mio buon diritto d’esser annoverato tra i maestri
dell’altissima tradizione che si snoda da Donatello, «il maggiore
scultore che sia mai stato», come ho scritto nei miei trattati
dell’Oreficeria e della Scultura, al «meraviglioso» Michelangelo,
dei quali ho infinita stima. Ed è con loro che tentavo il confronto, non
certo con Baccio Bandinelli.
Varchi – Certo che
Baccio vi stava proprio…… antipatico.
Cellini – Non è
questione d’antipatia: è che bisogna esser maestri nello scolpire ed
avere lo stesso intendimento degli antichi.
Varchi - Spiegatevi
meglio.
Cellini – Non bisogna
lavorare come se si facesse un’opera in piano, che sia dipinta o
disegnata; «una statua de’ avere otto vedute, e conviene che le sieno
tutte di egual bontà» che regga la vista dei «quattro punti principali»,[22] cioè davanti, dietro e i due fianchi, e dei «quattro complementari»,
situati nei punti intermedi. E non è solo questione di strutture, di
composizione, di punti di vista. Trattandosi di opera in bronzo si
aggiungono le difficoltà e i rischi della fusione.
Varchi – Beh, le
fusioni in bronzo non erano certo una novità. La tecnica la si
conosceva. Proprio qui avevate il confronto col bronzo della Giuditta
del grande Donatello.
Cellini – Ma vi pare che
dovendo essere io a realizzare l’impresa mi accontentassi dei metodi in
uso. Anche la “Giuditta” del grande Donatello è fatta da undici pezzi
ricompattati, molto diversi fra loro. È questa una maniera di condurre
le fusioni con grandissima difficoltà. Dovendo essere io a cimentarmi
con una fusione di queste dimensioni, volevo che anche per le novità
tecniche che volevo introdurre si mostrasse tutta la mia genialità.[23]
Varchi – …certo, …la
vostra genialità, …dimenticavo! So infatti che di tecnica ve ne
intendete parecchio: ne avete scritto nei vostri Trattati
dell’oreficeria e della Scultura.[24] Ma ditemi: avete incontrato difficoltà in questa vostra nuova impresa?
Cellini – Tantissima:
sembrava che, dovendo fondere Perseo, tutto l’Olimpo mi fosse avverso.
Ho persino rischiato l’incendio della casa.
Varchi – Addirittura.
Ma come è successo?
Cellini – Ho terminato
la modellazione e rivestito la statua della sua «camicia». Accendo il
fuoco per fondere lo strato di cera. Ma quelle fiamme salgono troppo: io
grido e chiamo gli aiuti. Niente. Fiamme sempre più alte fino a
incendiarmi un pezzo del tetto della bottega. Ma non basta: fuori si
scatena una bufera infernale di vento e pioggia.25
Varchi – Mamma mia! Se
non proprio tutto l’Olimpo almeno il dio Efesto non vi era favorevole. E
come avete fatto, quindi.
Cellini – Era tale la
tensione e la concitazione che mi prende una «febre efimera» che
mi impedisce di continuare e mi costringe a coricarmi. Lascio agli aiuti
di terminare la fusione. Ma questi indugiano e così il bronzo
s’indurisce nella fornace. Mi vengono a chiamare e, ancora con la febbre
addosso, mi alzo di corsa e faccio portare nuova legna per alimentare il
fuoco e ravvivarlo. Poi ci aggiungo un grosso panno di stagno per
rendere fluido il metallo. Sono trepidante, Spero di riuscire farcela.
La pressione all’interno sale sempre di più. Sale, sale, sale fino a
livelli insopportabili fino a quando il coperchio salta con un fragore
fortissimo producendo un gran lampo che ci abbaglia tutti.25
Varchi – [che ha
seguito l’ultima battuta con mimica di chi si stupisce e s’impressiona]
- Mamma mia! A quel punto tutto sta allora per andare perso.
Cellini – Non solo: il
tetto della bottega è ormai mangiato dal fuoco del camino. Ma non è
questo che mi preoccupa. La paura mi prende quando vedo che il metallo,
non ancora al punto giusto, comincia a colare sui canali che portano
alla forma della statua. Ma il metallo non è fluido come dovrebbe, non
scorrerà mai così! Allora urlo perché si rimedi con una trovata che mi
venne in mente lì sui due piedi: «io feci pigliare tutti i mia piatti
e scodelle e tondi di stagno, i quali erano in cucina a dugento, e a uno
a uno io li mettevo dinanzi ai mia canali, e parte ne feci gittare
drento la fornace».[25] Alla fine, come vedete, ce l’ho fatta.
Varchi – Evviva!
Un’impresa mai tentata prima per complessità e dimensione. Ci siete
riuscito! Avrete avuto certamente i complimenti a corte.
Cellini – Ma cosa volete
che capiscano, a corte, di fusioni… Le preoccupazioni del Duca in ordine
all’opera non erano certo d’ordine tecnico. A lui, con quest’opera,
importava il progetto politico sottinteso, come è naturale.
Varchi – Che c’entra la
politica con l’arte.
Cellini – C’entra,
c’entra. Fin dal tempo degli antichi romani l’arte è stata spesso
“istrumentum regni”, mezzo per governare, e volete che uno come Cosimo
I°, che si farà ritrarre in veste d’Ercole e d’Augusto[26],
si sottragga a quest’intendimento? Già qualche anno prima s’era fatto
ritrarre da Niccolò della Casa[27],
su disegni del famigerato Bandinelli…
Varchi - …ci mancava…
Cellini – …in veste di
condottiero: una figura fiera, determinata, gambe divaricate, braccio
destro sul fianco mentre il sinistro regge il bastone del comando.
Dietro di lui, a indicare la sua forza, le armi dove sullo scudo
campeggiava la testa di Medusa. Quella Medusa che stava già sullo scudo
della dea Atena e che aveva il potere di pietrificare i nemici: come a
dire che chi attenterà al suo potere sarà pietrificato!
Varchi – Ma come la
mettiamo allora: non è la medesima Medusa che il vostro Perseo uccide?
Cellini – O certo. Ma
vedete nel mito Perseo è eroe di stirpe reale come il nostro Duca.
Perseo deve affrontare un destino all’inizio temibile prima di aver
ragione sui suoi avversari. Esattamente come Cosimo. Per finire Perseo
diviene sovrano di una città, Micene, che fortifica e protegge col buon
governo, guadagnandosi il favore del popolo: esattamente quello che
Cosimo annuncia così ai fiorentini.
Varchi – Questa statua
è quindi l’incarnazione del nostro principe, allegoria delle sue imprese
e manifesto del suo governo. Ma, ditemi: la Medusa uccisa?
Cellini – Vedete il mio
Perseo doveva essere collocato qui sotto questa Loggia in posizione
simmetrica alla Giuditta di Donatello. Quella stessa Giuditta che alla
fine del secolo precedente con la cacciata di Piero e Lorenzo de’ Medici
e l’instaurazione della Repubblica ai tempi del Savonarola, fu
trasferita davanti a Palazzo Vecchio.
Varchi – Ah, questo lo
so bene io: mi conoscete, sono quello che ha scritto la storia della
nostra città. Ricordo che quando la Giuditta fu spostata su quella che
era la “ringhiera” di Palazzo Vecchio, fu sostituita la scritta
originale con quella che recita “Esempio
di pubblica salvezza. I cittadini posero”.
Cellini – Vedete? La
statua era quindi manifesto repubblicano.[28] Ora, con Cosimo, la Giuditta viene rimessa qui sotto la Loggia cuore di
questa piazza, che era il centro politco-istituzinale della città,
spettatrice delle turbolenze politiche per l’alternarsi della fazione
repubblicana con quella filomedicea, con tutte le conseguenze di
condanne, esili, confische dei beni, e tutto quello che le lotte civili
comportano. E la risposta del Duca a quella scritta alla base della
Giuditta è l’uccisione di Medusa da parte del mio Perseo, quasi a
indicare che ogni velleità repubblicana è ormai sconfitta.
Varchi – [sta in
silenzio e assume un atteggiamento pensieroso]
Cellini – Che c’è?
Qualcosa non vi convince?
Varchi – No, no. Stavo
riflettendo. Pensavo ai vostri tempi e a quelli d’oggi. Pensavo a quella
vostra raffinatissima propaganda politica e a quella di oggi. Ma
scusatemi. Vi porterei in confusione. Non badatemi. Certo però che per
un artista del vostro tempo era assai impegnativa la professione. Non
bastava l’abilità tecnica. L’impegno era anche culturale e politico a
quanto sento.
Cellini – Ebbene si,
eravamo d’una razza particolare, che ha raggiunto livelli d’impegno
ineguagliati. Certo il cammino è stato lungo e difficile. Prima eravamo
considerati semplici artigiani, nel mio caso semplici scalpellini o
lapicidi.
Varchi – Ricordo
benissimo: so anche che mentre i pittori stavano nell’Arte maggiore dei
Medici e degli Speziali, voi scultori eravate confinati in quella minore
dei Muratori e Carpentieri.
Cellini – Eh, si! Ci son
voluti i grandi fiorentini di quell’irripetibile stagione dei Masaccio,
Donatello, Brunelleschi per iniziare quel glorioso cammino che ci
porterà ai trionfi di Leonardo e Michelangelo, quando ormai l’artista è
un intellettuale che a corte siede ormai alla tavola del suo Signore e
disputa con gli Umanisti.
Varchi –Certo: ormai
eravate protagonisti della vita culturale, politica e istituzionale del
nostro tempo. Il popolo vi ammirava ed esprimeva il suo consenso o
disapprovazione per il vostro lavoro. Talvolta si formavano dei veri e
propri partiti, a favore dell’uno o dell’altro.
Cellini – Proprio così.
Il nostro lavoro era nella vita di tutti e da tutti veniva giudicato.
Sapete quanti sonetti di lode sono stati attaccati al mio Perseo?
Varchi – Immagino,
immagino, maestro.
Cellini – Ma che ci fa
tutta questa folla ancora stasera qui davanti al mio lavoro?
Varchi – È qui,
maestro, per rendervi di nuovo omaggio. Vedete la vostra statua ha
subito danni….
Cellini – E chi è stato!
Il Bandinelli?
Varchi – No, no.
Maestro, non vi adirate. Credo che l’autore dei danni in realtà vi renda
merito: vedete è stata colpa del Tempo. D’altra parte siete voi che
avete voluto sfidare la Storia. E avendo voi conquistato il cuore dei
fiorentini, non potevano non aiutarvi a vincere anche quest’ultimo
nemico. Il vostro Perseo è stato guarito e ricollocato qui dove voi
l’avevate messo. Solo l’originale della base con le statue piccole è
ricoverata….
Cellini – …ho capito se
l’è prese la Duchessa…
Varchi – …no, no. Sono
al museo. Qui c’è una copia perfetta della base. Ma il vostro eroe è
intatto e splendente. È qui ancora tra noi. Come lo siete voi qui con
noi a riprendervi il plauso della folla, come in quella memorabile
mattina del settembre di cinquecento anni fa. Non è cambiato nulla.
Oddio, forse son cambiati un poco i fiorentini: non vedo più quei
vestiti variopinti, non vedo più carri e animali. Ma a questi fiorentini
del terzo millennio non è mutata una cosa: l’amore legittimo e smisurato
per la loro incredibile storia e quindi per voi che con il vostro Perseo
vi avete contribuito così grandemente. Grazie maestro.
Cellini – Grazie a voi,
Messer Benedetto. E grazie ai fiorentini per l’affetto che portano a
questa mia fatica. So che col Perseo questa Loggia è cresciuta fino a
diventare il complemento perfetto di questa loro piazza straordinaria.
Fatemelo rivedere il mio Perseo: so che è la sotto, ritto in piedi con
quel braccio alzato quasi a indicare a che eccellenza ha saputo
esprimersi nei secoli questa incomparabile cittadinanza. Ridiamo aria ai
suoi gesti e spazio alle sue forme. Voglio risentire tutta l’emozione
dell’acclamazione che già avevo provato e ascoltato[29] cinquecento anni fa.
Via dunque il velo!
[1] Benedetto Varchi -
1503,1565 – Letterato fiorentino. Ricevette da Cosimo I°
l’incarico di stendere la storia della città di Firenze.
[2] B. Cellini , Vita, II, XC
[3] B. Cellini , ibidem, II, XC
[4] E. Camesasca (a cura di) , B. Cellini, Vita, pag. 13 – Milano, 1985
[5] Apparente
vezzeggiativo utilizzato da Cellini, in realtà, con successiva
aggettivazione, ne rivela il disprezzo (Vasari trasformato in «Vasellario»,
ecc.) in b. cellini, op. cit., I, LXXXVI
[6] E. Camesasca (a cura di) – op. cit.– pag. 12 ,
Milano, 1985
[7] E. Camesasca (a cura di) – ibidem – pag. 22 ,
Milano, 1985
[8] Supplica di B.
Cellini al Duca Cosimo del 17 settembre 1557 in: E. Camesasca (a
cura di), ibidem, pag. 15 , Milano, 1985
[9] B. Cellini, op. cit., II, XC
[10] Da suppliche
varie di B. Cellini documentate in: D. Trento (a
cura di) – Edizione in occasione della mostra: B. Cellini
: Opere non esposte e documenti notarili – Firenze, Museo
Nazionale del Bargello, 1984
[11] D. Trento (a
cura di) – Edizione in occasione della mostra: B. Cellini
: Opere non esposte e documenti notarili – Firenze, Museo
Nazionale del Bargello, 1984
[12] B. Cellini, op. cit., II, LXXXIII
[13] B. Cellini , ibidem., II, LXXXIV
[14] E. Camesasca (a cura di), op. cit.– pag. 19 ,
Milano, 1985
[15] B. Cellini, op. cit. , II, LXXXIII
[16] P. Barocchi (a cura
di), Scritti d’arte del Cinquecento, vol. III Pittura
e Scultura – Torino 1978
[17] E. Camesasca (a cura di), op. cit., pag. 16 ,
Milano, 1985
[18] D. Trento – Tecnologie per l’Umanesimo – Milano, 1997
[19] G. Milanesi – Le Opere di G. Vasari – vol. VI, pag.
150 – Firenze, 1981
[20] B. Cellini, op. cit., II, LXXII
[21] E. Camesasca (a cura di), op. cit., pag. 55 ,
Milano, 1985
[22] B. Cellini –
Lettera a B. Varchi del 28 gennaio 1546 (E.G. Holt, Storia
documentaria dell’arte, pag. 238, Milano, 1977)
[23] E. Camesasca (a cura di) – op. cit.– pag. 24 ,
Milano, 1985
[24] I frontespizi
della prima edizione dei Due Trattati sono a New York,
Pierpont Morgan Library
[25] B. Cellini, op. cit., II, LXXVII
[26] Realizzato tra
il 1570 e il 1573, il Cosimo I Ercole Augusto era
collocato sulla testata del palazzo delle Magistrature di
Firenze fino al 1585. Fu successivamente sostituito da una
statua del Giambologna. Attualmente è al Bargello.
[27] Niccolò della Casa, Ritratto di Cosimo de’ Medici, Firenze, Biblioteca
Marucelliana – Gli autori sono registrati nelle iscrizioni del
foglio: «Bacius Bandinel Flo.s 1544 / Cosmus Medices
Florentiae Dux II / N. D. La Casa f.»
[28] E. Camesasca (a cura di), op. cit., pag. 520,
nota 8 – Milano, 1985
[29] B. Cellini – op. cit., II, XCII