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CHE IDEA MI SONO FATTO
DELL'INCISIONE A BAGNACAVALLO
(Pubblicato
sul "L'occhio nel segno", supplemento al n° 47 di
"Grafica d'arte", Ottobre 2001)
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Sono stato a Bagnacavallo per la presentazione della terza edizione del Repertorio degli incisori italiani e per il Convegno su “Il linguaggio dell’incisione” al Teatro Comunale. Questa che leggete non è la cronaca della giornata, ma una proposta di riflessione su un’esperienza che considero preziosa e inusuale: vedete, trovare riunite quasi mille persone nell’arco di una giornata, convenute da ogni parte d’Italia, fa pensare si tratti di un avvenimento di natura popolare. E invece no. Anzi il motivo è in realtà un argomento elitario, un tema quasi aristocratico, oserei dire da filologi d’altri tempi. Il tutto poi in quella splendida e unica cornice di Bagnacavallo, dove dal 1990 si è costituito il Gabinetto Stampe Antiche e Moderne presso il Centro Culturale “Le Cappuccine”.
Già è sorprendente notare la straordinarietà della storia di questo piccolo Comune attorno all’arte incisoria. Molti sapranno che La Biblioteca Comunale di Bagnacavallo possedeva un fondo di incisioni di più di mille esemplari, formato da un fondo “storico” della Biblioteca cui si aggiungevano quelli provenienti dalla “Donazione Emilio Ferroni”. Si formava così un patrimonio storico dell’incisione di altissimo livello. Bastino i nomi di Dürer, Della Bella, Aldegrever, Piranesi, Hogarth, Bartolozzi, Rosaspina, per citarne solo alcuni, a garanzia dell’importanza storica della collezione. Ma, a differenza di quello che spesso succede nelle collezioni pubbliche, dove sovente ignavia, incuria e indifferenza, tengono nel silenzio oscuro dei depositi pezzi preziosi del nostro patrimonio culturale, qui a Bagnacavallo avviene quel prodigio che la cura e la passione per la bellezza e la poesia sanno garantire. Gli amministratori non stanno fermi: ascoltano le richieste degli appassionati d’arte incisoria (il più insistente fu lo storico dell’arte incisoria Giorgio Trentin), danno retta alle organizzazioni culturali della cittadinanza ed è così che attorno al Centro Culturale “Le Cappuccine” sorge il Gabinetto di Stampe Antiche e Moderne, che in soli dieci anni diviene un punto di riferimento nazionale per l’incisione. Basti pensare che oltre alla fiorente attività espositiva, il Gabinetto Stampe Moderne cura la ricerca ed il censimento degli incisori operanti in Italia, pubblicando il Repertorio degli Incisori Italiani che è giunto oggi alla sua terza edizione. La bella sorpresa consiste nel vedere come questo prestigioso risultato, ottenuto in così poco tempo, si sia realizzato in una località che non dispone dei mezzi dei grandi centri urbani, e quindi è priva di quelle poderose strutture organizzative delle grandi città, ma dove però l’intelligenza, la dedizione, la serietà, l’attaccamento, l’interesse, e la passione producono gli splendidi risultati come quello del Centro “Le Cappuccine” a Bagnacavallo.
Ma il Centro non è luogo di sola preziosa conservazione, o di puntuale e stimolante attività espositiva. È anche e soprattutto luogo di studio, riflessione e proposta. Tra le sue iniziative c’è quella appunto del convegno che si è tenuto nel giugno scorso su “Il linguaggio dell’incisione – Dalla tradizione all’incisione a colori”. Ho sentito così discutere con appassionata partecipazione attorno al linguaggio incisorio, ascoltando le esposizioni dei relatori che si sono rivolti all’uditorio mai in pedante veste didattica o illustrativa, ma bensì come coloro che esternavano le loro profonde convinzioni affinché divenissero temi di scambio dialettico e di discussione feconda per l’uditorio. Ho potuto così vivere la passione degli interventi degli artisti convenuti che interloquivano coi relatori, ascoltare la vigorosa dialettica delle idee, delle proposte e delle opinioni, sapendo che l’argomento non è cosa di dominio comune, ma è in realtà un sapere di collocazione specialistica. E mi sono chiesto cosa fosse quel particolarissimo clima di intensa partecipazione che si percepiva in ogni intervento, dei relatori o degli artisti che fosse. Non mi è mai capitato di vedere un uditorio riunito per un convegno, ascoltare per quasi tre ore le esposizioni dei relatori con un attenzione vivissima, che vedevi negli sguardi fissi su chi stava parlando, nei numerosi commenti sottovoce col vicino, nel liberante fragore degli applausi d’approvazione che di tanto in tanto interrompevano gli interventi ora dal palco ora dalla sala, durante il dibattito.
Mi sono chiesto cosa fosse quel tono determinato dell’intervento del prof. Paolo Bellini, che scandiva i concetti con la perentorietà delle affermazioni di principio. Cosa fosse quella sua puntuale ricostruzione storica attorno alle Dichiarazioni di originalità delle opere e quella sottile ed eruditissima individuazione delle caratteristiche linguistiche dell’incisione che ne delimitassero i termini delle sue peculiarità: quasi che la tecnica incisoria debba iscriversi in una sorta di registro superiore dove i confini della sua bellezza sfiorano quelli della morale. Il tutto in quella cornice della sua appassionata riaffermazione del primato dell’estetica sul commercio delle opere d’arte.
E cos’era che animava quei puntuali e intriganti accostamenti ed intrecci culturali proposti da Chiara Gatti (accattivante il richiamo alle Lezioni americane di Italo Calvino) con un’analisi penetrante che, partendo dall’etimo che sorge da grafica-graphein, si è distesa lungo la storia, elaborando sapientissimi concetti attorno a regole, tecniche ed esigenze espressive del linguaggio incisorio, avendo a sostegno i robusti riferimenti di Ugo da Carpi, Cranach, Burgkmair, fino alle preziosità di Nicolò Vicentino o quelle dell’Andreani.
O, ancora, quel partecipato e sentito racconto di Settimio Marzetti, attorno alle figure di Rembrandt e Chagall. Si sentiva nel suo dire quanto fosse l’attenzione e la cura con cui conduce i propri studi. Settimio Marzetti non è incisore: questa è una garanzia che è solo la passione a muovere il suo interesse.
E cos’era infine quella cura che Primo Beccaria distribuiva attorno ai concetti del suo dire, così attento e circostanziato, con un’intensità di coinvolgimento come solo quei tratti quasi lirici del suo discorso hanno saputo produrre: come ad esempio quando ci ha fatto “sentire” quel colloquio tra il bianco e il nero, che si svolge sui fogli di quest’arte, o come quanto sia dialettico il rapporto tra gli spazi della composizione, tanto da non esser il segno il responsabile del manifestarsi dell’immagine, ma sia bensì il bianco a definirne il senso.
E così via con questa corrente originalissima che attraversava gli ultimi interventi dal palco (dall’irresistibile e dolce spleen di Anna Rosso all’entusiasmo contagioso di Elda Nati e Teresa Tolentino), per non dire della corrente di partecipazione appassionata che percorreva i numerosi interventi degli artisti nella sala durante il dibattito.
E la risposta che mi sono dato è che era inevitabile che ci fossero tutte quelle caratteristiche che segnavano l’atmosfera della giornata. Era inevitabile, come era anche sorprendente, vedere ed ascoltare tante persone riunite in nome di un’espressione artistica che ha ancora nel tratto umano, nel gesto del braccio, il proprio rapporto col mondo. In un tempo come il nostro che vede la civiltà della tecnica occupare il centro della cultura umana, è consolante sapere che c’è ancora chi possiede, quale unica misura del proprio rapporto coll’esistente, il gesto della propria mano.
Credo stia in questo benefico anacronismo la sorgente di tanta appassionata partecipazione dei convenuti. Si, perché bisogna essere un po’ fuori dal tempo, se ancora si affida l’espressione poetica unicamente al gesto della propria mano. Come quest’arte dell’incisione che nel gesto e nelle mani ha il suo tratto irrinunciabile. A mano viene incerata la lastra, a mano la si affumica, a mano si scava e si segna, a mano s’inumidisce la carta, a mano si ruota il torchio. Perché in ogni segno, traccia, solco o bava del metallo, si abbia il segno della virtù del polso, che ci dica dell’irripetibile segnale della presenza del gesto dell’uomo. Dove la poesia dell’immagine cammina su binari dei solchi che hanno tutti il sapore intenso del nostro tratto. Dove la sorpresa finale è componente essenziale d’un lavoro che ha solo nell’esperienza la bontà del proprio risultato, svolgendosi soprattutto “al buio”, come può essere un segno che si traccia in negativo, che si compone “a specchio”, e che si costruisce spesso coprendosi con vernici che ne nascondono i passaggi, dove quindi è la nostra memoria a sopperire a quello che piano piano scompare. Quest’è un arte che chiede memoria e gesti: tracce sicure di presenza di chi ha nella sua integrità umana la fonte dell’attenta osservazione del mondo. Di chi ha con la materia quel rapporto d’amore come quello di chi, ostinato e cocciuto, lo considera fatto ancora di gesti e di tatto, come di chi ha nel senso delle cose la fonte della propria poesia. Di chi si rivolge ai corpi non chiedendo loro cosa servano, ma chiedendo loro cosa siano. E di tutto questo fa la ragione e il sentimento del proprio segno e ci restituisce quello splendido spettacolo dell’acquaforte, frutto di quello straordinario dialogo che ha nel Nero e nel Bianco i due interlocutori dalla inesauribile facondia.
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