Carlo Adelio Galimberti
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ARTISTI ALLO SPECCHIO
(Introduzione al catalogo della mostra del gennaio 2005 alla Galleria Ponterosso di Milano)
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Speculare e riflettere 

«...ché già ove sia la pittura fiore d'ogni arte, ivi tutta la storia di Narcisso viene a proposito.
Che dirai tu essere dipignere se non appunto abracciare con arte la superficie di quella fonte?»

L.B. Alberti, De pictura, (1435-36), lib. II, 26.

 

È la fisionomia degli artisti che si dispiega in questa nutrita rassegna di autoritratti raccolta accanto ad un’opera di ciascun autore. A fianco dei dipinti che riassumono lo stile e la poetica di ciascun artista ci viene infatti proposto il suo volto attraverso il suo autoritratto, offrendoci l’inedita ed intensa esperienza di poter quasi dialogare ed interrogare la persona di ciascuno di loro, ma rendendoci anche consapevoli di come di fronte all’immagine di ogni figura umana scorra sottile e impercettibile la vibrazione dell’inganno, seppure sollecitata e proposta attraverso la seduzione della pittura.

Si ha qui allora la possibilità di sperimentare, attraverso la bellezza del gesto pittorico, quanta ambiguità sia contenuta nell’apparente certezza fisionomica di un volto ritratto. Già il termine ritratto dice dell’ubiquità di un volto, che perché “ri-tratto” ci viene appunto ora proposto (tratto) ed ora tolto (ritratto) dal nostro sguardo, come qualcosa che non permetterà mai la comprensione completa della persona. Ma anche con il termine persona prosegue l’intrigante alternarsi di verità e finzione, se è vero che gli antichi latini con questa parola intendevano maschera, e dunque ancora una volta qualcosa che mostrandosi contemporaneamente nasconde.

È un mostrarsi che avviene, come si diceva, attraverso la seduzione della pittura, alimentando così ancora l’ingovernabile moto generato dal “sé-durre”, dove appunto non si sa se siamo noi ad esser portati verso l’opera dell’artista o viceversa, coinvolti dalla bellezza della raffigurazione pittorica che ci ripropone l’affascinante incertezza che l’arte sempre suggerisce, ed al cui dolcissimo inganno volentieri ci si abbandona da tempi antichissimi, se, come sappiamo, già in latino raffigurare si esprimeva con il verbo fingere.

Se è vero che un autoritratto si compie attraverso l’uso dello specchio è allora per “riflessione” che se ne ottiene la fisionomia, ottenendo così un ulteriore ambiguità dell’immagine, che, si sa, lo specchio restituisce in maniera reciproca e dunque non nella forma in cui ci vedono gli altri. Ma riflettere non significa solo invertire l’immagine, ma anche esercitare il pensiero su di sé, esplorando le nostre profondità ed esercitando così quelle feconde speculazioni sulla nostra persona, scoprendo che speculare ha la sua origine etimologica nel latino speculum, che significa appunto specchio, proprio quello stesso strumento che usa l’artista per compiere il proprio autoritratto.

L’immagine del proprio volto rappresenta quindi quel territorio ad un tempo misterioso e affascinante, disseminato di tracce che noi cerchiamo d’interrogare per scoprirne i segreti che ci parlino di noi stessi, sollecitando così le nostre corde interiori più sensibili e risonanti, perché ci narrino della nostra vanità, dei nostri sensi e dei nostri sentimenti, ripercorrendo quell’antico tragitto che, inaugurato da Narciso, ci farà innamorare di noi stessi. Ma quel mito ci ricorda anche il suo ingannevole finale, ammonendoci così che non tutto quello che osserviamo ha la certezza della forma con cui ci appare. Così come la nostra persona non ha le sicurezze della consapevole ragione, quella ragione che parrebbe edificare la nostra tranquilla dimora, venendo quest’ultima tradita dalle irrequiete pulsioni che abitano il nostro inconscio, che consentirono a Freud di poter stabilire che, per questo motivo, non siamo neppure padroni in casa nostra. In questo incerto aprirsi di molteplici sensi sta talvolta la nostra inquietudine, cui peraltro l’arte viene in soccorso, quando, riproponendoci l’ambiguità delle immagini e dei volti, lenisce con la pittura le nostre ferite, confortando l’assenza di certezze attraverso l’appagante seduzione della sua bellezza.

Questa rassegna di autoritratti ha quindi il merito di riproporci questo raffinato ed intrigante colloquio con l’opera e la velata presenza degli artisti, quasi potessimo sederci in un virtuale salotto alla loro presenza e poter aprire con loro quel fecondo dialogo sulla loro figura, sul loro lavoro, sul fascino dell’inganno che, da sempre, è il prodotto dell’arte e della bellezza.

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