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Perseide |
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Il testo |
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Con
Perseo: il viaggio poetico di Carlo Adelio Galimberti
di Mauro Corradini
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“Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio”: così scrive Calvino, aprendo la sua lezione americana sul tema della Leggerezza. Quel che a noi preme cogliere in questa presentazione critica non è soltanto l’interpretazione che il grande scrittore dà del mito greco, quanto la conclusione, che in vero si potrebbe accogliere e porre come sintesi stringata, in stile epigrafico, al vasto ciclo che Carlo Adelio Galimberti ha elaborato in questi ultimi due anni e si espone nella sua compiutezza in questa mostra: “Subito, prosegue Calvino, sento la tentazione di trovare in questo mito un’allegoria del rapporto del poeta col mondo, una lezione di metodo da seguire scrivendo”. Appare intrigante (e convincente in una certa misura) seguire
l’intuizione dello scrittore; perché ogni percorso culturale che
riconduca a riflettere, anche se mediato dalla figura retorica
dell’allegoria, sulla relazione tra arte e mito offre più di un
appiglio al lettore, per entrare in un mondo, ad un tempo affascinante e
singolare, come quello del pittore milanese. Da diversi anni infatti Galimberti tende ad utilizzare il mito, come
chiave interpretativa del mondo, come specchio e immagine rovesciata, come
tema e supporto narrativo, per il processo conoscitivo. L’arte per il
pittore milanese è forma di conoscenza, che ha in più il fascino
dell’emozione: ma conoscenza ed emozione si declinano e si uniscono in
simbiosi attraverso una stretta correlazione, specialmente quando
incontrano la seduzione antica del mito. Un tempo l’arte offriva
all’immagine l’aura,
per testimoniare e acclarare
l’evento o l’icona; mutati i termini, l’aura offerta dall’arte non
si rivolge più all’evento eroico e sublime, alle straordinarie
avventure della psiche; l’aura riveste una figura che in una qualche
misura trascrive il nostro procedere a tentoni nell’universo di segni
che attraversano il nostro cammino, una rappresentazione che si erge, a
volte, a emblema o simulacro, di un immaginario collettivo condizionato
dai portati massmediali. La scelta poetica di Galimberti di dar vita agli antichi miti (Allegoria dell’Occidente è il titolo della sua mostra del
maggio 1992, e Mythos è quello di una sua mostra
recente, 1999) appare dunque come uno sforzo per ridare voce al silenzio,
o ridare senso all’insignificanza della quotidianità; tale scelta
rientra in una riflessione di natura culturale, prima ancora che poetica:
“dentro di noi vive il Mito”, scrive, presentandone l’opera nel
1992, Gonzalo Alvarez Garcia “con la sua seduzione arcaica”; in forma
più puntuale e specifica, in un testo di pochi anni fa di
Occorre chiedersi allora quale “parola” abbia voluto trarre
Galimberti dal celebre mito ellenico di Perseo, quale significato abbia
voluto trarre dai molti possibili, insiti nella vicenda del figlio di
Danae e di Giove, uccisore della Gorgone Medusa, salvatore di Andromeda,
dominatore del cavallo Pegaso, protetto da Atena che gli fornisce il
lucentissimo scudo, per poter vedere Medusa solo di riflesso e non
rimanerne pietrificato. Perché è chiaro che il pittore non vuole
illustrare un libro di antiche leggende, ma vuole parlare di noi:
“nessuna epoca” avverte Courbet nel 1861, “non può essere che
riprodotta dai suoi propri artisti”. Quali significati, quale il senso
che da queste vicende si può trarre oggi? Cosa c’è dietro Perseo? Dietro Perseo c’è una storia di astuzie e magie, per cui Perseo
anticipa Ulisse; dietro Perseo che libera Andromeda ci sono le mille
storie successive della bella incatenata e del giovane che la salva
strappandola dallo scoglio sul mare al mostro che vuole divorarla (è il
primo “liberatore” di una lunga storia epico-fantastica; Perseo ci
libera dalle paure?); dietro la vicenda del fondatore di Micene c’è la
vittoria sulla morte nella sfida alla Gorgone; nella pioggia d’oro con
cui Zeus feconda Danae per
fare nascere Perseo ritroviamo la nascita dell’anno nuovo che si rinnova
nell’incontro tra il Sole e la Luna: nel mito c’è avventura e
conoscenza; il mito, come il linguaggio e l’arte, scrive Cassirer, “si
presentano come veri fenomeni originari dello spirito”. 2.
Nella carrellata di immagini che raccontano il mito mediterraneo in forma
rinnovata, Galimberti mescola sapientemente attualità e storia, immagini
desunte dalla tradizione iconografica classica (ellenica), con altre
tratte dall’universo quotidiano (e sovente utilizza la moda, le foto
d’attualità delle riviste patinate, come immagine “tipo” della
contemporaneità). Accomuna nella medesima pagina, nella medesima opera,
le due tipologie di forme narrative, tradizionale e moderna, creando un
singolare contrasto, cui aggiunge, a volte, gli elementi mostruosi e
demoniaci, propri della storia, traendoli dall’universo rappresentativo
della vasta tradizione pittorica europea. Galimberti non si ferma su un
secolo, su una tradizione, su uno stile; Galimberti attinge alla storia.
Diviene facile, per il lettore attento, cogliere i numerosi recuperi,
intesi nel doppio ruolo di riflessione sulla storia e di omaggio alle
pagine più inquietanti e intriganti (per un pittore) tra le mille che la
storia dell’arte propone: non una suggestione “citazionista”, ma il
bisogno di pittura colta, a confermare l’attualità e la perennità di
una vicenda, che attraverso la nuova classicità esibita rimane antica e
diviene attuale. E’ la condizione culturale di Galimberti da cui
derivano i molteplici riferimenti, dai serpenti che sembrano uscire da
cataloghi medievali che descrivono, tra verità e fantasia, gli animali
mostruosi, all’elmo che guarda Rembrandt, e lascia che il giallo-oro si
intrecci con i brividi della forma; dai cavalli
e dalle maschere che hanno una paternità ampia e articolata nella
tradizione classica, alla Gorgone dal volto urlante che diviene uno
scontato (per un lombardo) omaggio
a Michelangelo Merisi, fino a giungere al giovane, bronzeo Perseo, visto
di spalle, un omaggio inevitabile a Cellini, nel suo ergersi diritto
dinnanzi a noi, come se sorgesse in quel preciso istante dalla fusione (e
realtà e storia dell’arte divengono un tutt’uno). La modernizzazione iconografica del mito di Perseo consente
all’artista milanese riflessioni e parallelismi altrimenti difficili: a
partire dal confronto, cui si è già
fatto cenno, tra attualità e storia, tra conoscenza molteplice, allusiva
e intuitiva, propria del mito, e necessità, per l’arte, di interpretare
il mondo odierno. Così, per esempio, una Venere classica, parzialmente
ricoperta da una tunica che le lascia scoperte le spalle e il busto, è
affiancata alla giovane in blue-jeans con la linea della cintura tenuta
bassa, come prescrive la moda d’oggi; in forma non dissimile,
mentre le due giovani Gorgoni (Steno e Euriale) appaiono in abiti
attuali, sedute e/o coricate come se ascoltassero una musica da un cd,
Medusa appare con il volto terrificante della maschera tragica,
improbabile schienale di un divano ligneo di gusto eclettico. Il rapporto
antico-moderno rende più leggibile, attuale, il messaggio dell’artista;
spesso sostituito dalla relazione, ineliminabile nella pittura
colta di Galimberti, tra racconto
e storia dell’arte, fino ad approdare ad una autonomia iconografica, che
l’artista costruisce sui ritmi della complessità: pur recuperando
l’antico, crea un’immagine che ha il profilo e i connotati della novità
e potrebbe agevolmente collocarsi all’interno degli attuali linguaggi
massmediali, sapientemente evitati in forma diretta dal pittore milanese. Se il rapporto
antico-moderno colpisce immediatamente l’immaginazione, così come la
colpisce l’attualizzazione di un’opera teatrale,
diverso è il caso delle opere del pittore milanese quando nascono
dalla volontà di parlare di storia attraverso la storia (dell’arte).
Ripartiamo dalle indicate citazioni, alcune emblematiche, per il lettore,
e chiarificatrici di una poetica. Si prenda una tela come quella dedicata
ad Andromeda e il mostro marino:
la fanciulla dalla classicità ingresiana dialoga con il mostro marino dal
vigore espressionista che sembra provenire dalle fantasie infantili di
coraggio e paure; più in alto, quasi sinopia recuperata per caso da una
dilavata parete, si staglia il profilo di Perseo, ardito cavaliere
“cinquecentesco” che discende dal cielo su Andromeda e sul mostro
cavalcando Pegaso. Cavallo e cavaliere divengono cielo, roccia, mare e
assumono i colori e gli andamenti pittorici dei luoghi su cui si
sovrappongono. Non dissimile il raffronto tra il giovane Perseo e il re
Polidette: mentre il re
banchetta con gli amici, l’Eroe gli mostra la testa che lo pietrifica.
Nella trasformazione in macigno del re, Galimberti sottolinea l’identità
dei due protagonisti, posti specularmene nel medesimo gesto, il primo a
protezione (inutile) del volto, il secondo per esibire la sanguinante
testa dal volto orribile che uccide: e nella posa, i due protagonisti
esprimono un recupero della cultura barocca, al cui spazio articolato si
volge il pittore per tradurre l’inquietudine dell’animo. Infine, la terza dimensione espressiva che emerge dalla Perseide
appare quella in cui Galimberti sembra meglio distendere la sua tensione
pittorica, dove la cultura è in una certa misura assorbita e la classicità
ritrovata non vive sull’imitazione/raffronto, ma sulla struttura
espressiva reinventata: si pensi ad opere come Danae
(seduta su una sedia moderna ma immersa in un’aura classica e bagnata
dalla pioggia d’oro da cui nascerà Perseo); si pensi ad una tela le Nereidi: pur nella persistenza di una memoria böckliniana,
le fanciulle sono raffigurate attraverso un’immagine “di prelievo”,
una sorta di iconografia di bagnanti alla Vallotton; sono giovani
fanciulle che scherzano nelle acque del mare azzurro. In queste opere,
Galimberti sembra voler tradurre non solo il messaggio narrato (il mito di
Perseo da cui siamo
partiti), ma quello più profondo, ambiguo, suggestivo, che viene dalla
pittura, dal piacere di accostare le forme, di utilizzarle, ad di là
della vicenda narrata. Vuole Galimberti farci riflettere e narrarci una
storia. Vuole soprattutto (per sé almeno) scrivere una pagina di pittura,
che, nei contrasti delle cromie e della materia, negli sconfinamenti dai
termini iconografici del narrato, sottolinea quell’inquietudine sottesa,
che dell’intero ciclo galimbertiano costituisce il frutto più prezioso. 3. La “pittura colta”, variamente definita all’interno dei
termini poetici e stilistici di una rinnovata tradizione classica, o nella
terminologia corrente di citazione
(e di citazionismo si è
parlato a lungo), si diffonde nella cultura europea (e non solo) nella
seconda metà degli anni settanta. E’ la stagione in cui appaiono
imperanti, ma in declino, le poetiche dell’oggetto e del concettuale.
Nel “ritorno alla pittura”, che per l’ennesima volta il Novecento
viene compiendo, la ricerca si suddivide in differenti filoni: da un lato
si caratterizza negli ambiti e nelle forme di una pittura autoreferenziale
(di matrice astratta); dall’altro lato attraverso un recupero del grido
e della pittura espressionista; dall’altro in fine attraverso
l’emersione di un bisogno
evocativo di matrice classica. Galimberti coglie quest’ultimo percorso, cui giunge da una
originaria adesione alla cultura figurativa (sia lecito l’aggettivo
generico). Già alla fine degli anni ottanta, attraverso immagini come Il sogno, 1989, il pittore lombardo recupera la classicità e
la collega con l’attualità: il sogno della fanciulla distesa è una
sorta di moderno incubo
fuseliano: la divinità eroica che compare alle spalle della fanciulla
distesa è ad un tempo sogno e trasgressione, desiderio e viaggio della
mente. In questo contesto di recupero del mondo classico, inevitabile il
ricorso al mito, il bisogno di ridar voce all’intuizione, che salvi
l’uomo contemporaneo dalla delusione della scienza, dalla banalità del
quotidiano: è la scelta che Galimberti compie e insegue ormai da anni. Il ciclo dedicato a Perseo, la Perseide
che andiamo dipanando nelle sue componenti essenziali, si propone come la
prosecuzione del precedente ciclo dedicato ai miti (Mythos, 1999): al giro di boa del secolo, in una sorta di
necessità di rinascita, il pittore muta
stilisticamente i termini del proprio procedimento espressivo. Il richiamo
alle possibili interpretazioni di Perseo, tra cui quello della nascita
dell’anno nuovo, uno dei significati possibili del mito di Perseo, può
aver suggerito il ciclo. Si fa più prepotente il bisogno di pittura, la
necessità di uscire dalle ideologie, che hanno animato tutto il
Novecento: la pittura, come mestiere, con il suo linguaggio e le sue
procedure, diviene l’estrema spiaggia. Tale bisogno, senza nulla mutare
nell’impianto evocativo di stampo figurativo, accosta Galimberti alla
vicenda informale, alla cultura che ebbe in Lombardia assai più di un
valido interprete, lo riporta alla cultura degli anni sessanta,
quando nascono nell’artista le prime spinte verso la pittura che lo
portano ad abbandonare gli studi economici per iscriversi a Brera. Nella tensione narrativa, che ne caratterizza l’opera fino alla metà
degli anni novanta, vengono emergendo rinnovate necessità espressive; ai
recuperi e ai riferimenti alla storia, attraverso i manufatti richiamati
in icona (teste di divinità consunte dal tempo o bassorilievi logori),
Galimberti accosta le pieghe, i grumi, le colature, proprie della pittura
non iconica degli anni sessanta. La scansione ritmica dell’immagine
appare segnata da quelle frammentazioni e frantumazioni narrative, proprie
della stagione pop. Il pittore avverte il bisogno di rinnovare il suo
linguaggio, renderlo più aderente alla complessità della vita, avverte
il bisogno di dar voce alle sensazioni inesplorate: alla linearità del
racconto subentra una complessità contraddittoria, che il nuovo
linguaggio, tra materie emozionali e scansioni narrative più allusive,
sembra meglio esprimere. L’accostamento e la sovrapposizione di
raffigurazioni diverse, desunte da mondi iconografici lontani,
trascrivono la rete di relazioni che incidono nella costruzione
dell’immagine, e traducono soprattutto la difformità
dell’accostamento agli eventi quotidiani
che l’artista vive. Tale processo di valorizzazione della pittura (e di contaminazione
nello sviluppo narrativo) diviene
esplicito nella Perseide. Il
fondo su cui il pittore definisce le sue immagini appare a più riprese,
sotto la pittura, là dove il gesto pittorico si interrompe per lasciare
una pausa indefinita; i grumi, le colature, l’espandersi della
pennellata che sembra scivolare ed ingrandire, quasi per effetto
d’alone, vengono assumendo una rilevanza espressiva nuova: non elemento
marginale, lasciato all’occhio dello spettatore, ma aspetto costitutivo
dell’immagine stessa, la materia della pittura appare come una presenza
che dialoga alla pari con le icone. La materia e la sintassi della pittura vengono mutate (subiscono una
accelerazione) attraverso alcune scelte, dall’utilizzazione del
“non-finito”, alla composizione iconografica che si basa su
sovrapposizioni, accostamenti, contaminazioni di significato: le figure
evocate in una tela ampia, come Le
ninfe Stigie, appaiono costruite attraverso gli spessori di una
materia pittorica che fa propri universi espressivi diversi, spesso assai
lontani dalla radice originaria del pittore: alla “geometria” dello
sgabello si contrappone la dolcezza del viso iperrealista della ninfa di
destra; al rigore citazionista della statua ellenistica si contrappone il
fondo magmatico di una pittura che nei grumi e nei gesti è ad un tempo
libertà e memoria, racconto ed emozione. Tutto lo sfondo, spesso ricostruito senza determinazioni
paesaggistiche, appare come la cartina di tornasole della ricerca
espressiva di Galimberti che abbiamo tentato di delineare; scelta che
sembra voler indicare una nuova accentuazione, sicuramente un bisogno
rinnovato della pittura, che si confronta con il suo passato, in un
cercato e necessario ritorno, che dell’arte del nostro secolo è
carattere peculiare. In questo senso, del resto, pittura e mito sembrano rinviare alla
medesima matrice concettuale, poetica e culturale: da qui la riflessione
iniziale sulla pagina di Calvino. Il mito di Perseo, con il suo
accostamento “laterale” a Medusa, con la sua visione speculare, e
dunque distorta, del volto terribile, è metafora dell’arte
contemporanea in un’età di contrasti. Cogliere la realtà con quel
tanto di accostamento e quel tanto di distanza che consente di leggere le
interne contraddizioni dell’animo e della realtà; fors’anche con la
consapevolezza che l’arte non può spiegare. Suggerisce a volte; a volte
allude. Di certo riesce a rendere leggera quella banalità che sembra
avvolgerci; la stessa nebbia di contraddizioni che attraversano e rendono
accidentato il cammino di Perseo, sembra sciogliersi, grazie alla forza
dell’artista, che immerge il lettore in un mondo altro, fa cogliere respiri diversi, suggerisce negli eventi
quotidiani potenzialità e sconfinamenti, che lo sguardo distratto sovente
non riesce a cogliere. La “parola” che Galimberti raccoglie nel mito di Perseo non è
solo quella del bisogno (il mito come intuizione conoscitiva in un
contesto storico di assenza di risposte), ma è una riflessione sul senso
dell’oggi, una riflessione sul vuoto delle nostre forme, che si
riscattano solo se inserite in una vicenda dai molteplici volti: se è pur
vero che l’arte non può guardare la verità (o la morte?), non può
affrontare direttamente il volto orribile della Medusa, può almeno
indicarci i percorsi attraverso cui possiamo intuire la verità, esaltarci
almeno per quel tanto di forza e di rinascita che è interno alla natura
delle cose.
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