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Allor mi dolsi, e ora
mi ridoglio |
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Il testo |
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UN
TEMA, UN PENSIERO, UNA MOSTRA
di Gonzalo Alvarez Garcia
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Per conoscere la
densità di un artista a volte basta semplicemente sentirlo parlare o
stringergli
la mano. Io ho ascoltato a lungo Galimberti. Le sue parole escono come un
torrente, cariche di passione, di amore, di odio, di rabbia. Ho stretto la
sua mano. È compatta come la pietra, il legno o altra materia
primordiale. Ha una mano forte, durevole, leale, non scivolosa. Una mano della
quale puoi fidarti, piena di tatto. Si sa che il tatto, insieme alla vista,
all'udito e al palato, sono le fonti originarie della conoscenza. Quando
immagino lo mano di Galimberti posarsi sugli oggetti sono certo che lo
fa con irruenza, ma anche con paziente gentilezza. Potrei giurare che ciò
che intende fare non è disegnare forme, ma plasmare essenze. Non si
fermerà alla superficie degli oggetti; continuerà a scavare
sino a giungere al cuore delle cose per riportarlo a galla. Galimberti non
può fare a meno di dipingere. Se un giorno gli si impedisse di farlo,
diventerebbe pazzo, suicida o assassino. Gli uomini cominciano a desiderare con
vera ansia che qualcuno li aiuti a ritrovare se stessi e il
cuore delle cose che hanno smarrito per strada mentre, ebbri di entusiasmo
per il Dio Tecnologico, si sono lasciati trascinare nella lunga maratona
consumistica. Manipolando
quei preziosi reperti del passato con i quali era stata costruita negli
ultimi cinque, seimila anni, lo nostra civiltà, Galimberti ha costruito
appassionatamente questa sua allegoria dell'Occidente. La passione costruttiva è fondamentale
in questo momento dell'evoluzione della specie umana.
Giunti all'acme del consumismo, dopo il lunghissimo orgasmo di stupidità
e di banalità
collettiva, convertiti in feticcio il denaro e il potere di acquistare
cose inutili, superflue
o nocive, siamo rimasti esausti e tramortiti dalla constatazione, ancor più
grave, di essere diventati merce anche noi. Non
uomini, ma merce che si compra e si vende per quattro soldi
nelle bancarelle rionali di questa società di massa. Ci è toccato vivere in un momento
paradossale della storia. Dopo essere riusciti a costruire una
civiltà che sembrava incrollabile, ci siamo trovati con i barbari
addosso. Da centocinquanta anni a questa parte
si è impadronito della guida sociale, culturale, etica della
società un tipo umano primitivo al quale non interessano affatto i
principi della
civiltà, della cultura della scienza, della tecnologia, ma soltanto i
suoi frutti. Chi governa il mondo nell'ultimo scorcio di
quest'era storica moribonda, appartiene alle tribù superstiti dei
raccoglitori di radici e di bacche: non conosce ancora l'arte di coltivare
la terra. Questo è il paradosso: il mondo, la
casa in cui abitiamo è civile, ma il primitivo che furtivamente si
è introdotto in essa, l'ha deturpata, rischiando di farla sprofondare nel
nulla. Va
ancora esclamando a gran voce la «morte dell'intelligenza e delle idee»
ed esaltando una tecnologia che ignora e che, in
fondo, disprezza come disprezzano gli ignoranti ciò che non
riescono a comprendere. Un manifesto pubblicitario che, pieno di boria, si
faceva
vedere per le strade due anni fa, diceva «L'intelligenza non serve più;
basta un circuito». Oggi sembra che il peggio stia
cominciando a passare, che "uomo cominci a sentire il bisogno di
fare marcia indietro per ritrovare l'anima perduta. Lenta ancora e
traballante, ritorna la fede nell'intelligenza, nelle idee, negli ideali e
nella bellezza delle cose che negli ultimi cent' anni abbiamo imparato ad
usare con tracotanza ebete. Galimberti crede in questo ritorno e
per accelerarlo dipinge. L'intento di questa mostra è un invito alla «riflessione
sul pensiero occidentale». Non una riflessione qualsiasi, compiacente
e laudatoria, ma critica e aggressiva. «Il pensiero
occidentale si è
rivolto al mondo per usarlo, non per conoscerlo», come dice il pittore
presentandomi la mostra. E la parola «usare», rivolta a una persona o a
una cosa, significa violentarla, stuprarla. Questa mostra non vuole raccontare
fiabe o dilettare i nostri occhi con un gradevole gioco di
linee e di colori, ma invitarci a riflettere insieme al pittore.
Galimberti desidera assillarci e, forse, non ci si può mai fidare di un
artista,
fustigarci. Per la maggior parte degli uomini
riflettere è un tormento paragonabile all' autoflagellazione. Se non si
è costretti cerchiamo di sfuggire in ogni modo a questo supremo compito
umano. Pensare ci annoia a morte. Riflettere su
che cosa? Su tutto: sugli Dei, sulla donna, sul
corpo umano, sulla Tecnica, sulle Rivoluzioni sociali, sul progresso...
Molti uomini di cultura, della cultura
di massa, danno prova di grande frivolezza. Forse ingannati dal
piglio disinvolto del primitivismo manageriale, vanno ancora predicando
che il progresso consiste nell'incremento quantitativo degli oggetti a
nostra disposizione. No. Il vero progresso consiste nella
crescente intensità con cui percepiamo quella mezza dozzina di misteri
cardinali intorno ai quali il cuore dell'umanità batte convulsamente sin dalla
più remota penombra della storia. Nei dipinti con i quali andremo a
colloquiare vi sono le antiche divinità, rotte, inservibili ormai; sono
state raccolte in una vecchia stanza. E creature mitologiche ed eroi in
frantumi
che servono da sfondo a immagini contemporanee. L'uomo ha bisogno di Dei e
di eroi. Li secerne dalle proprie ghiandole esistenziali come il ragno
secerne la ragnatela e l'ape il miele. E quando non
gli servono più, li distrugge per crearne altri. Insieme agli
Dei e agli eroi, Galimberti ci presenta le donne. È opportuno
ricordare che la nostra civiltà cominciò con il culto della donna. La
prima divinità che l'uomo adorò fu la Grande Madre Mediterranea. Nel
mito pelasgico della Creazione tutto ebbe inizio nella danza solitaria di
Eurinome, la quale, danzando vorticosamente con
se stessa, dalla propria pienezza generò i venti e, in seguito, tutte le
altre creature. Nell'Epopea di Gilgamés, re di Uruk,
in Mesopotamia, scritta circa cinquemila anni fa, fu una
prostituta a insegnare l'arte del vivere civile a Enkidu, il compagno
inseparabile dell'eroe
Gilgamés. Nei dipinti di Galimberti il presente
s'intreccia dialetticamente col passato remoto e con quello
più recente. Nello spirito dell'umanità si è
andato accumulando, attraverso i millenni, l'esperienza vitale
della specie umana. Niente di ciò che è esistito una volta si perde o
muore del tutto. La morte non esiste; è
solo un fenomeno, un'apparenza. Tutto cambia, si evolve, avanza,
retrocede, si aggroviglia, ma niente scompare completamente. Un buon psicologo sa leggere nelle
pieghe del nostro spirito il passato della specie, come il
geologo legge negli strati terrestri le vicissitudini del nostro pianeta.
Galimberti s'immerge come un palombaro nel mare del passato
per carpirne i segreti del presente e per poter intuire il
futuro che ci attende. Non riusciremo ad uscire dal guado insidioso del
presente - e non avremo mai futuro - se non riusciamo a riprendere il
contatto con quell'enorme materia viscerale, palpitante, che è il passato. Esso è la
parte più viva e feconda di noi stessi. Se gran parte degli artisti attuali ci
appaiono esangui, e li vediamo transitare mestamente, come
una folla di ombre dantesche, è perché hanno perduto il legame con il
grembo materno
del passato. Dentro di noi
vive il Mito, con la sua seduzione arcaica; vive il paganesimo, col
splendore dionisiaco, e il cristianesimo, col suo rigore dogmatico. Che lo vogliamo o no, credenti o
miscredenti, vive in noi il Cristo; ma insieme a lui vivono anche
Demetra e la dispotica divinità dell’Ottocento, la Tecnica, coni, suoi
riti e i suoi dogmi. Non frequentiamo più i loro templi; ma
loro sono qui, alle nostre spalle. La nostra esistenza, essenzialmente
drammatica, è un groviglio di cose contrapposte che si ostinano a vivere dentro
di noi con la loro natura contraddittoria. Vengono,
passano e ritornano le rivoluzioni e le sottomissioni. Galimberti,
che vive installato nel presente come un re nella sua reggia, ha
dimestichezza col passato. Lo ama come si ama la casa paterna. Il passato non è memoria
asettica; è la sostanza cordiale del presente, la misura profetica del futuro. Come potremmo trovare una strada che ci
porti dall' altro Iato del muro della storia, se non fossimo
in grado di ricuperare quella memoria cordiale del passato? Il pittore, il
poeta, il filosofo, l'artista in genere, hanno ricevuto il dono di sentire
e di presentire. Appartengono a quell'aristocrazia della società che ha
il compito di guidare l'umanità
verso il recupero della coscienza di se stessa e, attraverso la coscienza
recuperata, verso le nuove ere che verranno a sostituire le precedenti,
ormai caduche. Se dimenticassero questo compito, si
convertirebbero in materia inerte, in merce consumistica, anche loro. Galimberti avrebbe potuto limitarsi a
offrirci un saggio di ottimo disegno delle immagini e di
sapiente distribuzione dei colori. Ma ha voluto coinvolgerci nella
riflessione. Sa che l'arte, formalmente perfetta, ma senza contenuto, è
solo un'arte apparente, come la testa apollinea, ma senza cervello, solo
apparentemente è una testa umana. All' artista non chiediamo di farci
stupire davanti alla perfezione puramente formale delle sue
opere. ciò che gli chiediamo è di aiutarci a capire la segreta bellezza
del mondo. Che proietti su di noi e sul mondo in cui viviamo il fascio di
luce delle sue inquietudini, delle sue sofferenze, delle sue gioie, del
suo sdegno, delle sue speranze. Che guidi i polpastrelli delle nostre dita
e le pupille dei nostri occhi, affinché anche noi possiamo sentire, persino in questo mondo disordinato e caotico, la superba armonia
dell'Universo. Che Galimberti
sia riuscito nell'intento, non è la cosa più importante. Il fatto che
l'abbia intentato è, di per se stesso, degno della nostra gratitudine. GONZALO ALVAREZ GARCIA
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