Carlo Adelio GALIMBERTI

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Stagione 2008/09

INCONTRI
Sala del Bergognone

Associazione tra Amici della Basilica di Santa Maria della Passione

LE PASSIONI DOMINANTI
 


Giuseppe Arcimboldi, L'autunno


 

Incontro del 12 novembre 2009 - ore 17,30

GIUSEPPE ARCIMBOLDI

l'arte della meraviglia

La fama che Giuseppe Arcimboldi si è conquistato nella storia dell’arte è legata ai dipinti delle sue celebri “teste composte”: si tratta di composizioni che utilizzano elementi vari (fiori, animali, frutti od oggetti vari) per formare profili di visi o mezzi busti di figure, allusive della professione del personaggio ritratto o dell’allegoria che il volto sottende. Ma per comprendere meglio la sua produzione artistica e la sua poetica è necessario superare la soglia dell’apparente curiosità suscitata dall’abilità di formare volti attraverso l’assemblaggio di oggetti. Sotto questo profilo (susci-tare meraviglia e rincorrere bizzarrie), non ci sarebbe nulla di sorprendente rispetto al clima manie-ristico in cui visse l’Arcimboldi e neppure di tanto originale se pensiamo alle mostruosità medievali o alle invenzioni dell’arte di Bosch che lo hanno preceduto.

Resta però il fatto che, da un punto di vista squisitamente formale, Arcimboldi conduce questa sua maniera con altissima qualità pittorica, che non si accontenta dell’ammirazione per la sor-prendente abilità delle composizioni ma, soprattutto, intride il proprio lavoro di raffinatissimi significati concettuali e di sofisticate allegorie.

Giuseppe Arcimboldi nasce a Milano nel 1527 dal pittore Biagio appartenente ad una fam-glia patrizia milanese che annovera tra i suoi antenati due arcivescovi di Milano, come lo era anche il suo parente Antonio Arcimboldi, negli anni dal 1550 al 1555, durante, quindi, l’attività pittorica milanese di Giuseppe. Il padre Biagio era amico di Bernardino Luini, allievo di Leonardo. Non possiamo ipotizzare un contatto diretto di Arcimboldi col Luini (morto nel 1532 quando Giuseppe aveva cinque anni), ma sappiamo che Leonardo lasciò al Luini parecchi suoi appunti e quaderni che Arcimboldi poté vedere, rimanendone impressionato, tramite il figlio di Luini.

Poco altro, se non nulla, sappiamo dell’adolescenza e della formazione milanese di Arcimboldi: sappiamo che collaborò col padre per la realizzazione delle vetrate del Duomo di Milano. Successivamente si rilevano pagamenti per disegni forniti in proprio (e non più in collaborazione col padre) per la realizzazione di arazzi per il Duomo di Como così come per il gonfalone della città di Milano. Questa scarsità di notizie ha fatto si che la critica storica si concentrasse soprattutto sulla produzione che Arcimboldi realizzò alla corte asburgica sotto Massimiliano II e Rodolfo II. Un ambiente quest’ultimo, che annoverava, tra le altre aspirazioni culturali, anche la costruzione delle cosiddetta Kunst und Wunderkammer, sorprendente raccolta delle più strane e fantastiche «meravi-glie» dell’arte, della natura e delle scienze.

Da una lettera di Rodolfo II apprendiamo che Arcimboldi era considerato «uomo di acutissimo ingegno» e dotato «d’una certa universale letteratura». In effetti Arcimboldi, alla corte asburgica, non offre solo la sua attività di pittore, ma svolge anche mansioni di ingegnere progettista, di inventore, di animatore e regista di feste e tornei, di fisico teorico, come attesta la sua invenzione della corrispondenza tra suoni e colori. L’imperatore lo remunera con speciali privilegi che culminano nell’ambito titolo di Conte Palatino con annessa ricompensa di una pensione annuale.

Arcimboldi ottiene questa alta considerazione grazie alla sua ampia cultura e alla realizzazione delle sue opere più famose, le Stagioni e gli Elementi (Aria, Fuoco, Terra, Acqua) e, soprattutto, con il Ritratto di Rodolfo II in veste di Vertumno. Sono opere da intendersi come omaggi all’imperatore che celebrano il suo dominio sulle stagioni e sugli elementi quale metafora della potenza universale del suo dominio. Sotto l’aspetto bizzarro delle composizioni (frutta, fiori, animali ed oggetti che formano i volti dei personaggi) si cela l’allegoria della dignità e della grandezza imperiale che non conosce limiti: Vertumno è infatti il dio delle mutazioni (dal latino “vertere”) che possedeva la facoltà di trasformarsi in qualsiasi cosa desiderasse.

Al di là degli inevitabili riferimenti al suo mecenate, resta tuttavia il raffinato ed intrigante riferimento metaforico che accompagna ogni rappresentazione, densa di riferimenti mitologici, letterari ed umanistici del suo tempo, che consente di riconoscere in Arcimboldi uno degli esponenti dell’arte che più esplicitamente hanno dichiarato quel filo rosso che accompagna qualsiasi produ-zione dell’arte. Si tratta della tensione che accompagna ogni vero artista nel suo cammino lungo quel crinale impervio e però fecondo, che distingue e accomuna, la rappresentazione del reale con il suo aspetto fantastico, per restituirci il sospetto che in ogni cosa è possibile scorgere un innumerevole possibilità di senso, permettendoci d’essere più liberi nell’ascoltare il nostro punto di vista, avendo come sorgente la sola nostra sensibilità, libera da coercitivi “maestri” e da altezzosi “intenditori”.

 

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