| Carlo Adelio GALIMBERTI |
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Stagione 2008/09
INCONTRI
Sala del Bergognone
Associazione tra Amici della Basilica di Santa Maria della Passione
STORIE
D'ARTISTI INQUIETI
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Incontro del 25 settembre 2008 - ore 17,30
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Con Michelangelo siamo di fronte ad un personaggio davvero straordinario. Basti pensare alla produzione del suo ingegno che comprende opere di scultura, pittura, architettura, arti militari, ingegneria civile, poesia, tutte condotte a livello di eccellenza, cui andrebbero aggiunte le sue speculazioni teologiche, filosofiche e politiche. Stiamo infatti considerando uno di quei personaggi che capitano ogni tanto nella storia e che diventano pietra di paragone per definire limiti non facilmente raggiungibili dai comuni mortali, tanto da non apparire retorico ed esagerato il fatto che i fiorentini del suo tempo lo acclamarono come “divino”.
Con Michelangelo si inaugura quella figura dell’artista moderno così come noi siamo abituati a considerare, e cioè un personaggio che segue esclusivamente la propria volontà, talvolta persino il proprio capriccio, senza condizionamenti economico-sociali, dando retta esclusivamente alle proprie intuizioni, senza assecondare alcun intento che non sia la propria sensibilità e le facoltà del proprio talento. Sappiamo che non era così in passato, quando l’artista subiva la volontà del committente, oltre a non occupare un grado elevato nella società prima del Rinascimento. Con lui si inaugura invece quella stagione che vede il riscatto della figura dell’artista che assurge al rango degli intellettuali e degli umanisti. Anzi, disputa con loro, interagisce con poeti e letterati e siede alla corte dei potenti.
Ma, come uomo, com’era Michelangelo? Che vita conduceva? Quali erano le sue abitudini, i suoi capricci, le sue inclinazioni? E qui scopriamo come l’eccellenza della sua produzione non sempre corrisponde ad una amabilità di carattere, ad una grazia del porsi in società, ad una aristocrazia del comportamento. Michelangelo era infatti facile alla collera, terribilmente orgoglioso (anche se ne aveva tutti i motivi), spesso sospettoso del prossimo, ingrato con i suoi aiutanti, solitario, misogino, e, per finire, persino avaro. Basti pensare che al momento della sua morte fu ritrovata una cassa di monete d’oro sotto al suo giaciglio che poteva bastare per acquistare i migliori palazzi di Firenze: non si fidava neppure dei banchieri!
L’orgoglio del suo carattere lo porta all’inizio a sfidare la volontà paterna che desiderava per il giovane Michelangelo un avvenire diverso di quello dell’arte. Prosegue poi nella sfida al proprio maestro (il Ghirlandaio) e prosegue lungo la sua vita con le rivalità con la famiglia Medici per culminare nella sfida aperta al Pontefice. Detta la sua biografia al Condivi nella quale si innalza sopra ad ogni altro artefice, disconoscendo l’apporto persino dei suoi collaboratori ed alimentando quella leggenda dell’artista solitario che compie in isolamento imprese titaniche come, ad esempio, quelle della decorazione della volta della Cappella Sistina che afferma d’aver condotto tutto da solo.
Per tutta la sua vita Michelangelo fu tormentato dall’irrisolvibile conflitto tra la materia e lo spirito e forse a questa tensione dobbiamo la ragione della qualità altissima della sua opera, che non si è manifestata solamente nelle tradizionali rappresentazioni pittoriche, scultoree ed architettoniche, ma è risuonata nelle più seducenti corde della poesia, oltre ad esaltarsi nelle sue speculazioni filosofiche nei circoli neoplatonici, fino alle sue perplessità teologiche che lo portarono a frequentare ambienti in odore di eresia.
Ecco allora che anche gli indizi sulla presunta omosessualità del grande maestro si sublimano in un territorio pervaso da tensioni culturali, filosofiche e teologiche tali da rendere inopportuno ogni misero giudizio per lasciar posto a considerazioni di natura squisitamente estetico-filosofica, quasi che l’ammirazione per la bellezza degli uomini anziché produrre seduzione carnale, producesse in realtà una tensione altissima nel conflitto tra il corpo e lo spirito, un conflitto che ha accompagnato tutta la vita di Michelangelo. Ne sono una testimonianza le sue opere mai terminate, i cosiddetti “non finiti”: Michelangelo che afferma che il corpo che si accinge a scolpire è contenuto nel blocco di marmo, e che si tratta solo di levare la materia superflua, sembra realizzare il paradigma platonico di distruzione della materia per giungere all’idea. Ma anche qui il problema non si risolve: Michelangelo consegna alla storia i “non finiti”, gli “infinibili”, in cui il corpo gronda della materia che ancora lo circonda, lasciando aperto il dilemma se sia meglio ammirare la bellezza della forma del corpo umano o venir sedotti dalla pulsione creativa testimoniata da ogni solco di sgorbia e di scalpello lasciato intorno alle membra di marmo.
Nel suo caso, quello di un personaggio tra i massimi del Rinascimento, ci troviamo di fronte ad una tale singolarità di vita, di pensiero e di cultura da far saltare ogni categoria ordinaria di giudizio sui suoi comportamenti e quindi anche sulle sue inclinazioni erotiche. Sebbene tutta la sua opera sia un tripudio carnale, una erompente presenza della bellezza corporea dell’umanità, noi in realtà subiamo una sensazione di tensione costante tra l’ammirazione per la carne esibita e il prepotente dubbio del primato dello spirito su di essa. Basti pensare ad una delle sue opere più grandiose, il Giudizio della Sistina: è questo un trionfo di corpi a cominciare da quel Cristo apollineo che regge senza sforzo la gran macchina di rutilante carnalità della composizione. Una composizione che è ormai senza più lo spazio razionale della prospettiva rinascimentale, dove solo il roteare delle forme sospese di ciascuna figura definiscono il dramma, rappresentato mediante le forme dei corpi, delle loro contorsioni, della loro esibita nudità. Il tutto contraddicendo quell’ideale di bellezza umana che nella stessa cappella avevano rappresentato Botticelli, Perugino, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli e tutta l’eccellente genìa quattrocentesca. Come bene dice Hauser a proposito di quest’opera: «Né questo è l’esperimento di un eccentrico responsabile, ma opera del più illustre artista della cristianità, destinata a ornare il luogo più solenne, la parete principale della cappella privata del pontefice. Qui davvero tramontava un mondo.»[i]. Ancora quindi una conferma della straordinarietà dell’artista, del trovarci così di fronte ad un unicum nella sua persona che impedisce ogni valutazione ordinaria circa la sua personalità, tanto da non permettere facili conclusioni o giudizi certi, così come capita quando lo straordinario ci si para davanti e ci costringe per lo più ad una turbata ammirazione, facendoci subire quel fascino che confonde la ragione e trasforma ogni domanda od indagine in balbettio e mistero.
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