| Carlo Adelio GALIMBERTI |
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Stagione 2008/09
INCONTRI
Sala del Bergognone
Associazione tra Amici della Basilica di Santa Maria della Passione
STORIE
D'ARTISTI INQUIETI
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Incontro del 23 ottobre 2008 - ore 17,30 |
Benvenuto Cellini è un orafo. In questa definizione è racchiusa quasi tutta la sua attività d’artista. Ma non si deve pensare che, a quel tempo, l’attività d’orafo fosse ritenuta inferiore rispetto all’attività dello scultore: anzi, quasi tutti i più eccellenti scultori del Rinascimento hanno avuto una formazione da orafo. Nel caso di Cellini l’attività di orafo si prolungò per quasi tutta la sua vita grazie all’eccellenza della sua produzione che per questo era richiestissima. Era talmente stimato che la sua perizia gli produsse la benevolenza dei potenti che spesso gli perdonarono scelleratezze e reati anche di notevole gravità: dai furti alla sodomia, dai tradimenti agli omicidi.
Già da quest’elenco di scelleratezze si deduce il carattere dell’artista: Cellini era un personaggio violento, facile al litigio, orgoglioso e permaloso. Nella sua vita si enumerano “solamente” tre omicidi oltre ad innumerevoli episodi di ferimenti e risse. Subì diversi processi per sodomia e neppure con le sue compagnie femminili si comportò lealmente. Spesso abusava di minorenni che poi abbandonava anche se aspettavano figli suoi. Si trattava quindi di un personaggio davvero scellerato nella conduzione della sua vita privata.
Ma tutto questo non gli fruttò l’ostilità dei suoi mecenati che anzi, lo colmarono di favori e attenzioni: certo, talvolta la combinava talmente grossa da dover subire il carcere, ma la seduzione che suscitava la sua maestria d’orefice gli valse più d’una clemenza. Tra i suoi committenti si annoverano pontefici, cardinali, imperatori e re: tutti a chiudere un occhio pur di possedere la sua produzione.
Ma, nonostante questa personalità, Cellini possedeva un talento eccezionale non solo nel suo lavoro di orefice, ma anche nella sua capacità di distinguere il valore artistico dei suoi contemporanei, tanto da nutrire una impellente necessità di confrontarsi coi più grandi del suo tempo. Tra questi ammirava soprattutto Donatello e Michelangelo a tal punto da abbandonare la collaborazione con artisti che non nutrivano per questi personaggi il medesimo sentimento: fu il caso della collaborazione interrotta col Sansovino a Venezia perché sparlava di Michelangelo e, all’inizio della sua carriera, rifiutò una lusinghiera offerta del Torrigiani che a Michelangelo aveva addirittura rotto il naso in una rissa.
Il desiderio di confrontarsi con i più grandi del Rinascimento gli fece rinunciare alla prestigiosa permanenza presso la corte di Francesco I in Francia, pur di confrontarsi con i capolavori di Donatello e Michelangelo che svettavano sulla ringhiera di Palazzo Vecchio a Firenze. È così che intraprende la realizzazione della statua del Perseo, commissionatagli dal duca Cosimo I con sottili intenzioni politiche: il duca intendeva mostrare l’eroe greco che tagliò la testa alla Medusa a monito per tutti gli oppositori della sua signoria, e ordinò che fosse posta nella loggia dei Lanzi in modo da contrapporsi alle due statue “repubblicane” della Giuditta di Donatello e del David di Michelangelo.
In questa commissione Cellini supera sé stesso: in mezzo a mille difficoltà realizza quello che sarà il suo capolavoro assoluto, realizzando un’opera dalla bellezza straordinaria e dalle novità tecniche sbalorditive. Sfidando lo scetticismo dei colleghi e una certa avversione dello stesso Cosimo I, Cellini fonde la statua in un solo getto, inaugurando una tecnica mai seguita fino ad allora e che sarà poi il paradigma ed il modello per tutti gli scultori in bronzo dei secoli a venire.
Il Perseo non sarà l’unica opera “grande” che realizzerà negli ultimi anni della sua vita, ma resta comunque un esempio insuperato di maestria, potenza e bellezza. Tutte qualità che sorprendono se pensiamo che a produrle fu un uomo rissoso, violento e furioso. Ma le sorprese non si limitano all’altissima qualità delle sue sculture, ma, a dispetto del suo caratteraccio, dobbiamo riconoscere in Cellini anche qualità intellettuali non indifferenti. Suoi sono i trattati sull’oreficeria, sulla scultura e soprattutto la sua famosissima autobiografia grazie alla quale abbiamo molte più notizie generali e di dettaglio sulla vita e il lavoro degli artisti del XVI secolo, più di quanto non ci forniscano le cronache del tempo o la partigiana opera di Giorgio Vasari. Recentemente l’autobiografia di Cellini è stata inoltre valutata di pregevole fattura anche sotto il profilo squisitamente letterario.
Siamo quindi di fronte ad un uomo fuori dal comune che in maniera straordinaria univa alla scelleratezza del carattere, alla violenza dei comportamenti, alla slealtà nei rapporti personali una qualità di produzione artistica raffinata, che variava dalle delicate e ricercatissime cesellature dell’oreficeria all’armonia, all’avvenenza e alla potenza sublime delle sue ultime opere scultoree. Ancora una volta abbiamo la dimostrazione di quale crogiuolo di pulsioni sia la figura degli artisti, che sfuggono ai normali criteri di giudizio umani per unire l’inconciliabile nella loro persona, riuscendo a suggerirci come si possa essere straordinari ed eccezionali a dispetto anche dei moralistici giudizi del senso comune.
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