Carlo Adelio GALIMBERTI

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Stagione 2008/09

INCONTRI
Sala del Bergognone

Associazione tra Amici della Basilica di Santa Maria della Passione

STORIE D'ARTISTI INQUIETI
 


 

Incontro del 20 novembre 2008 - ore 17,30

CARAVAGGIO
Genialità, violenza, perdizione


 

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio rappresenta l’archetipo dell’artista “maledetto”, vale a dire colui che coniuga nella sua persona la genialità straordinaria della sua attività creativa, assieme ad un carattere violento ed orgoglioso che lo porterà ad un rapporto burrascoso con la committenza.

A tutto questo contribuisce il fatto che Caravaggio si trova ad operare in un periodo connotato da un clima culturale dal forte rigore etico che gli procurerà più di un attrito con il pensiero dominante del suo tempo contraddistinto dalla rigidità delle regole estetico-morali della Controriforma. L’artista reagisce alla cultura dominante con una fedeltà ostinata al proprio sentire poetico, orientando tutta la propria attività poetica lungo i sentieri della fedeltà assoluta al dato naturale. Non si tratterà di pura abilità riproduttiva, ma di rivelazione drammatica della verità della condizione naturale di uomini e cose.

Siamo al tramonto della grande stagione manierista e all’esordio degli splendori barocchi del “secolo d’oro” e Caravaggio personifica la svolta con una straordinarietà tale da divenire un punto di riferimento per gli esiti e il proseguimento di questa svolta, divenendo modello irrinunciabile per gli artisti che gli succederanno e generando una vera e propria scuola.

Caravaggio era di carattere burrascoso, permaloso e facile alle mani (fu processato per ingiurie e si macchiò infine di omicidio) conducendo, per questo motivo, un’esistenza drammatica, perennemente in fuga dalle conseguenze dei suoi misfatti. Raggiunse anch’egli una fama altissima per conoscere poi il tramonto nella solitudine e nella fine solitaria della sua breve esistenza.

Il suo “ribellismo” si sublima nella sua opera non assecondando gli stilemi stucchevoli dell’estetica controriformista ma privilegiando la fedeltà al dato reale, presentato con la crudezza del “vero”, esaltato nella drammaticità dei contrasti luminosi. È questa sincerità di rappresentazione che procurerà a Caravaggio dispiaceri e fastidi nell’ambito artistico romano e che gli costerà la committenza pubblica, ottenendo quindi solamente commissioni private. Con lui il modello manierista, accattivante e sognato, dolce e consolante, virtuosistico e stupefacente, lascia il posto alla sincerità dei gesti, alla “normalità” quotidiana dei volti e delle espressioni, alla verità splendente, cruda e drammatica delle cose e degli uomini.

La poetica veristica che pervade le sue opere costituisce una delle attrattive più potenti e, coniugata con una raffinatissima perizia pittorica, si esalta nella seduzione dei visi e nella cura mirabilissima dei dettagli degli oggetti che corredano le scene rappresentate.

«Tanta manifattura gli è a fare un quadro buono di fiori come di figure». Con questa dichiarazione di Caravaggio abbiamo l’equivalenza della dignità degli oggetti e delle persone quando ad accostarli è l’artista.

Ogni soggetto custodisce una e più storie segrete che diverranno protagoniste eloquenti delle opere, siano esse “nature morte” o scene con figure. Caravaggio inaugura quell’atteggiamento dell’artista dallo sguardo attento e sensibile, che non restituisce gerarchie tra i soggetti del dipinto, riconoscendo, nella verità delle forme delle cose e degli uomini nella loro evocante rappresentazione, la fonte equivalente di una profondissima poesia.

 

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