Carlo Adelio GALIMBERTI

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Stagione 2007/08

INCONTRI
Sala del Bergognone

Associazione tra Amici della Basilica di Santa Maria della Passione

OMAGGIO A MILANO
 


Milano, Basilica di S. Eustorgio, Cappella Portinari (part.)

Incontro del 27 settembre 2007 - ore 17,30

LA BASILICA DI S. EUSTORGIO
E LA CAPPELLA PORTINARI


 

 

Tra tutte le chiese della nostra città S. Eutorgio è una tra le più “milanesi”. Basti pensare che da sempre i vescovi di Milano, al momento del loro primo insediamento, è in questa chiesa che prendono contatto con la città. È qui che i milanesi li riconoscono per poi recarsi  successivamente in Duomo. Ad ulteriore conferma della “milanesità” di questa chiesa rispetto alle altre sta, ad esempio, l’ambizione, da parte della più famose e potenti famiglie milanesi, di avere qui le proprie sepolture. 

S. Eustorgio è quindi tra le più antiche basiliche di Milano, pregna quinti di storia, leggende e capolavori d’arte.

La storia di Milano passa attraverso questo luogo nei suoi momenti più significativi, a cominciare dalla lotta dei milanesi per emanciparsi dal dominio del Barbarossa, fino agli episodi che coinvolgono questa basilica negli avvenimenti del Risorgimento italiano. Ma anche le leggende avvolgono questa chiesa, a cominciare da quella più famosa del miracoloso trasporto delle reliquie dei Re Magi, che in S. Eustorgio vennero ospitate fino al giorno in cui l’imperatore, sconfiggendo i milanesi, ne sottrasse i preziosi resti. La contesa per riavere le spoglie dei Re Magi scorre lungo i secoli, vedendo protagonisti d’eccezione come Ludovico il Moro e san Carlo Borromeo, per concludersi solo nel XX secolo con l’iniziativa del Cardinal Ferrari che ne ottiene la parziale restituzione dalla città di Colonia in Germania. Ancora oggi è consolidata tradizione la celebre processione dei Magi, che si volge il 6 gennaio di ogni anno con la sentita partecipazione della popolazione.

Ma è soprattutto nelle opere d’arte che troviamo la straordinarietà di questa basilica, ed in modo significativo con la sua Cappella Portinari che rappresenta, assieme al cenacolo leonardesco, e all’architettura del Bramante, uno dei monumenti tra i più alti dell’espressione artistica rinascimentale nella nostra città.

La Cappella Portinari ricalca infatti l’architettura della Sacrestia Vecchia in S. Lorenzo progettata dal Brunelleschi ed è decorata dal maggior artista lombardo del tempo: Vincenzo Foppa.

Portinari dirigeva a Milano il banco mediceo e volle erigere questa cappella fondendo la grandiosità della trionfante nuova maniera toscana con le immagini del più affermato pittore lombardo, realizzando così un connubio tra la antica classicità recuperata dal rinascimento fiorentino con quel realismo della pittura lombarda che fanno di questo posto un unico, straordinario, irripetibile connubio delle più esaltanti conquiste artistiche del Quattrocento italiano.

La Cappella ospita la tomba di S. Pietro martire, decorata dalle sculture e dai bassorilievi, opera di Giovanni di Balduccio, pregna di simboli e narrazioni, e a sua volta avvolta da leggende molto care ai milanesi, compreso quelle più curiose, come quella che vuole che i milanesi sfiorino con il capo il sarcofago del santo, passando attraverso le colonne che lo sostengono, per poter guarire dal mal di testa. La decorazione delle pareti rappresenta il capolavoro di Vincenzo Foppa che è riuscito qui a fondere le conquiste rinascimentali della prospettiva con il realismo lombardo. Il realismo lombardo che con la rappresentazione riconoscibile dei suoi ambienti e con i dettagli quasi quotidiani delle sue scene rappresenta il connotato stilistico della pittura di questa terra, ma che, al di là di episodi e scenografie, dice anche del pragmatismo e della laboriosità dei suoi abitanti.

Tutto questo nella nostra città che, con la discrezione laboriosa che la contraddistingue, pare non accorgersi delle grandezze che ha visto realizzarsi in quella irripetibile stagione del rinascimento italiano. Altrove germogliava già da qualche anno la solida raffigurazione di Masaccio. Sicura era anche ormai l’individuazione dello spazio attraverso la prospettiva.  Al pari Donatello vestiva “di carne” le sue forme che, abbandonando rigidezze simboliche medievali, riprendevano ad esser per prima cosa sembianza d’uomini, mentre l’innalzamento delle calcolate architetture di Brunelleschi ormai, più che il cielo toscano, sfidavano la grandezza degli antichi.

È un mondo che se ne andrà, per quella sorte che fa la Storia nel cammino degli uomini, accompagnato dallo splendore delle opere degli artisti. Quegli stessi artisti che hanno sciolto sui muri un racconto che dice di eventi, uomini e idee, e che il pragmatismo che sale dalla terra di Lombardia ha saputo suggerir loro di tradurre in quella maniera realistica che disegna persuasivi corpi e concetti. È come se la pittura che stava nelle chiese, nei luoghi di devozione come nelle sale dei palazzi milanesi, avesse voluto dire a tutti la verità sull’esistente, nascondendola, per dirla con Dante, sotto le spoglie d’una splendida menzogna.

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