Carlo Adelio GALIMBERTI

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Stagione 2005/06

INCONTRI
Sala del Bergognone

Associazione tra Amici della Basilica di Santa Maria della Passione

I COLORI DEL SENSO
L’arte al servizio di Dio, del mondo e dell’anima degli uomini.


XIII secolo, L'inferno con la cavalcata dei Vizi,
Bastia Mondovì, Chiesa di San Lorenzo

Incontro del 26 ottobre 2006 - ore 17,30

I TEMI ALLEGORICI DEI COMPORTAMENTI UMANI
(1° parte)


I vizi, le virtù, la fortuna, i cinque sensi, i temperamenti
 

«Puossi ben dire che, quantunque il pittore non possa dipinger le cose che soggiacciono al tatto, come sarebbe la freddezza della neve, o al gusto, come la dolcezza del mele; dipinge non dimeno i pensieri e gli affetti dell’animo. […] Onde abbiamo nel Petrarca questo verso: “E spesso ne la fronte il cor si legge”. Ma gli occhi sono principalmente le finestre dell’animo et in questi può il pittore isprimere acconciamente ogni passione…»[i]

ludovico dolce

 

Nell’arte figurativa ci imbattiamo sovente in una personificazione di concetti astratti (una figura femminile può rappresentare la pace, la giustizia, una virtù, ecc.) ed anche quelli raffiguranti il vizio e il peccato non sfuggono a questa consuetudine, che nel Medioevo conobbe una straordinaria fortuna, con un florilegio di temi che consentono agli artisti la più disinvolta fantasia poetica e una grande libertà compositiva.  Nell’allegoria, la figura che si carica di traslare il concetto cui rimanda, non ha nulla nella sua forma che si riferisca a ciò cui intende rimandare. Spesso infatti è accompagnata da simboli che, culturalmente e per convenzione generale, rimandano al concetto cui si fa riferimento (ad esempio, una figura femminile non è in sé la giustizia, ma può divenirne l’allegoria se regge nelle sue mani una bilancia). È quindi fondamentalmente un tragitto figurativo che provoca una migrazione intellettuale dalla figura al concetto, per cui spesso l’allegoria è stata associata al linguaggio metaforico, di cui è comunque uno sviluppo narrativo che ha avuto diversi sviluppi: da una rappresentazione più popolare e diretta nei territori del nord dell’Italia e dell’Europa, fino alle formidabili allegorie dal raffinato aspetto intellettuale dei centri umbro-toscani.

Il filone più fecondo di queste rappresentazioni era quello di ordine narrativo, diverso da quelle allegorie statiche di concetti generali (come, ad esempio, la personificazione di luoghi geografici quali fiumi, regioni, ecc.) e che aveva come riferimento di fondo l’eterna lotta tra il Bene e il Male.

Una delle fonti più seguite era la Psychomachia di Aurelio Prudenzio Clemente (384-410), dove è narrata la sfida perenne tra la nuova fede (Gesù Cristo) e il dominio di Sodoma e Gomorra che ne rappresentano la sua negazione e i tutti vizi dell’umanità. È un repertorio cui certamente faceva riferimento la committenza nel prescrivere le narrazioni illustrate dei vizi, dei peccati e del loro conseguente eterno castigo, cui sono destinate le anime che morranno consumate nel peccato. Il tutto con la somma approvazione papale che ormai decretava la necessità delle immagini avendo vinto la lunga battaglia con la corrente iconoclasta agli inizi dell’era cristiana. Ne è esplicita testimonianza quel passo della lettera del pontefice Adriano I diretta agli imperatori Costantino ed Irene, in cui dichiara che scopo dell’arte deve essere quello di «demonstrare invisibilia per visibilia», confermando qui la necessità quindi delle figurazioni allegoriche, ma soprattutto affinché «mens nostra rapiatur spirituali effectu per contemplationem figuratae imaginis»[ii]. Ecco allora che le allegorie dei vizi e delle virtù trovano una diffusa ospitalità nelle chiese dell’altomedioevo con una rappresentazione condotta con un linguaggio popolare e diretto. Ma pur guadagnando in chiarezza resta pur sempre un linguaggio allegorico, che non ha mai il suo significato intrinseco nel suo segno e nella sua forma. Per i soggetti di cui ci occupiamo (i vizi, le virtù ed ingenerale i comportamenti umani) sarà quindi sempre necessaria la parola del ministro di Dio, il cui discorso diverrà maggiormente persuasivo perché il predicatore potrà farlo sostenere dalla suggestione delle immagini che lo rappresentano. Mentre i fedeli ascoltano la morale enunciata dal sacerdote, i loro sguardi scorrono lungo le pareti della chiesa, rivolgendosi alle figure indicate dal predicatore, che paiono animarsi sotto la tremula luce delle candele, in quella penombra ondeggiante che conferisce loro l’effetto spettacolare paragonabile quasi ad una vera e propria animazione. Ce le immaginiamo quelle comunità di fedeli. Li vediamo riuniti nelle loro chiese, con l’arte espressa in mezzo alla loro vita, che parla la loro lingua, che mostra le loro cose, quasi a riflettere il volto e la vita di ciascuno. Era un tempo in cui l’espressione creativa stava in mezzo all’esistenza di tutti, accompagnava le vicende di ciascuno e stava dove ciascuno si aspettava che ci fosse, in quei luoghi dove le comunità si riunivano ed in essi si riconoscevano. Era quasi un collante culturale, un cemento di concetti e di valori che lo splendore cromatico delle pareti dei luoghi di riunione, proponeva nella forma più persuasiva e splendente.

Tutto questo dura finché nella produzione dell’arte non interviene il solo mercato a decretare la diffusione ed il successo delle immagini. L’artista non soddisfa quindi più le pretese intellettuali del committente (ecclesiastico, aristocratico o semplicemente intellettuale), ma si trova a dar corso alla propria libera poetica. Le allegorie perderanno pertanto quell’aspetto illustrativo e moraleggiante che l’esigenza didattica o culturale pretendeva nel passato. Le allegorie dei vizi e delle virtù, come dei comportamenti umani, saranno quindi scelte assolutamente autonome degli artisti e potranno quindi allargarsi a comprendere argomenti o tendenze dei comportamenti umani non sempre riferibili ai valori tradizionali della morale. Si liberano così nuove istanze e nuove occasioni di introspezione della natura umana dettata anche dai mutamenti politici e sociali della storia. Sarà così il caso, ad esempio, della credulità popolare di fronte fenomeno pubblicitario che alimenta il temperamento consumistico e che sarà vivacemente rappresentato dalla Pop Art americana, per giungere infine alle contestazioni d’ordine politico, antidiscriminatorio e sociologico di molte artiste contemporanee come Vanessa Beecroft o Marina Abramovic.

Le allegorie dell’arte oggi perderanno spesso la plateale riconoscibilità del passato dei valori cui rimandano, per farsi più intellettualistiche e talvolta eccessivamente cerebrali, costrette anche dalle radicali trasformazioni che hanno accompagnato gli ultimi decenni delle vicende umane, che spesso hanno tolto alla Tradizione la condizione d’esser bagaglio di soluzioni e rimedi, essendo questo un tempo inedito, mai visto e che l’umanità mai ha sperimentato. Un tempo che non dispone più della saggezza contenuta nell’inevitabile ripetizione dei cicli delle vicende storiche o del rassicurante rapporto causa-effetto che il nostro tempo ha reso invece imprevedibile.


 

[i] L. Dolce (1508-1568), Dialogo della Pittura, intitolato l’Aretino, qui tratto da P. Barocchi (a cura di), Scritti d’arte del Cinquecento. Pittura, Scultura, Poesia, Musica.,  vol. II, pag. 290, Einaudi, Torino 1978.

[ii] «Affinché la nostra mente si appropri delle virtù spirituali a causa della contemplazione delle immagini», in G. Rosati e O. Ferrari, Il concetto di simbolo e allegoria nella trattatistica e nella letteratura sulle arti figurative dal Medioevo ai nostri giorni, in Enciclopedia Universale dell’Arte, vol. XII, pag. 495, Ist. Geogr. De Agostini, Novara 1981.

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