| Carlo Adelio GALIMBERTI |
email home english version conferenze biografia mostre gallerie murali opere disponibili opere in esecuzione mostre a tema alcuni miei testi libri
Stagione 2005/06
INCONTRI
Sala del Bergognone
Associazione tra Amici della Basilica di Santa Maria della Passione
I COLORI DEL
SENSO
L’arte al servizio di Dio, del mondo
e dell’anima degli uomini.
|
|
Incontro del 28 settembre 2006 - ore 17,30
|
«E l’intento di que’ primi padri altro non fu che di sterpare l’idolatria, levando via la memoria de’ falzi e profani dei, de’ quali i loro tempî erano pieni, e di piantarvi la nuova fede, cavata da la concordanza de la nuova e vecchia Scrittura; et acciò chi leggere non sapeva, vedendo l’istorie sacre, facilmente potesse venire in cognizione de’ sacrati misterii de l’uno e de l’altro Testamento»[i].
La raffigurazione di carattere sacro è prassi nella religione cristiana cattolica e ortodossa, uniche fedi sopravvissute al tramonto dell’Olimpo della civiltà classica, che hanno consentito la produzione di immagini sacre in ambienti destinati al culto. Il Cristianesimo è infatti contraddistinto dalla possibilità di rappresentare la divinità, i santi e le scene riferite alle sacre scritture, anche per consuetudini di devozione privata. Nelle civiltà religiose mediterranee, il Cristianesimo rimase quindi un’isola “figurativa”, essendo iconoclasta la religione ebraica, cosi come quella musulmana. Anche le comunità di culto ortodosso, pur ammettendo la rappresentazione di figure sacre, svilupparono un’iconografia dal linguaggio rigido e immutabile (le icone, dal greco eikon, immagine), che non conobbe gli innumerevoli e straordinari sviluppi dell’arte cristiano-cattolica.
Ufficialmente a causa del dettato dell’Antico Testamento («Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra»)[ii], furono combattute aspre e violente battaglie non solamente ideologiche ma anche fisiche, sostenendo gli iconoclasti come l’immagine fosse suscitatrice di una devozione e di pratiche d’adorazione che si originavano dai sensi, quindi dal luogo dove meno si trovano le energie spirituali dell’uomo, in assonanza con il giudizio di San Paolo: «opera carnis, quae sunt fornicatio, immunditia, impudicitia, luxuria, idolorum servitus»[iii].
Ma i favorevoli alle immagini per il culto ebbero la vittoria sugli iconoclasti, sostenendo come non fosse l’immagine l’oggetto dell’adorazione del fedele, ma come questa fosse solo strumento e tramite per l’obiettivo trascendentale cui l’immagine rimandava.
A favorire l’accettazione popolare del legittimo uso delle immagini verrà in soccorso la leggenda che narra di come persino San Luca, l’estensore di uno dei quattro vangeli, fosse un pittore e che avesse addirittura eseguito il ritratto alla madre di Gesù. A chiudere definitivamente il discorso a favore dell’uso delle immagini sacre, interverrà infine l’autorevole pensiero di San Tommaso d’Aquino. Nella sua Summa Theologica egli dedica una particolare attenzione all’argomento delle immagini sacre, legittimandone l’esistenza anzi propugnandone la necessità. Ne indica anche le tre ragioni fondamentali che ne giustificano l’utilità: 1) ad istructionem rudium; 2) ut incarnationis mysterium et sanctorum exempla magis in memoria nostra maneant; 3) ad excitandum devotionis affectum. Quest’ultimo punto è quindi la definitiva legittimazione anche del veicolo dei sensi (affectum) per giungere al sentimento di devozione.
Nell’Ortodossia la legittimazione dell’immagine trova la sua autorevole giustificazione in Cristo stesso, che esaudì la richiesta di guarigione di Abgar, re di Edessa, mandando il proprio ritratto (mandylion) fatto da lui medesimo, in quanto il pittore inviato dal re non riusciva a ritrarre Gesù a causa dello splendore del suo volto. L’altra giustificazione sta nel racconto evangelico del velo della Veronica in cui Cristo lasciò impresso il proprio volto sofferente, salendo il Calvario. Da qui la tesi degli ortodossi che le icone altro non sono che copie del vero volto di Cristo, vero perché impresso da Gesù medesimo (l’Acheropita, dal greco acheiropoietos, non fatto da mano d’uomo). Questo spiega anche la rigidità stilistica delle icone che non possono discostarsi dall’iconografia tradizionale, altrimenti rischierebbero di allontanarsi dalle autentiche fattezze del figlio di Dio.
Il risultato estetico è una presenza rigida di volti di Cristo, di figure di Santi e di immagini di Maria che da millenni si mostrano alla devozione dei fedeli con quella fissità dello sguardo che, forse per questo, si proietta nell’eternità.[i] G.A. Gilio da Fabriano, Due dialoghi di M. Giovanni Andrea Gilio da Fabriano. Degli errori e degli abusi de’ pittori circa l’istorie, Camerino 1564, qui tratto da P. Barocchi (a cura di), Scritti d’arte del Cinquecento. Pittura, Scultura, Poesia, Musica., vol. II, p. 324, Einaudi, Torino 1978.
[ii] Esodo 20, 4.
[iii] Lettera di San Paolo ai Galati
©
è
consentito l'uso parziale di immagini e testi citando la fonte. Per altri utilizzi
consultare l'autore
torna
all'elenco delle conferenze
torna
all'inizio della pagina
email home english version conferenze biografia mostre gallerie murali opere disponibili opere in esecuzione mostre a tema alcuni miei testi libri